Il calcio, la pesca sub, l’enalotto e gli scacchi

nettuno

(ovvero le due spigole mostruose del vicino di casa)

Dopo quanto ho scritto sul post della mia pagina di Facebook sulle due spigole (4,5 e 5 kg) catturate dal mio vicino di casa (post che ha suscitato una certa curiosità) mi sembra giusto, come prima cosa, mettere in chiaro i capisaldi essenziali della vicenda.

Il mio vicino di casa di Santamarinella (vicino della vecchia casa di via del Tonale) è un pescatore veramente molto valido ed anche un ottimo tecnico della materia, avendo autocostruito numerosi fucili. Catture di taglia importante non sono per lui una novità ed è talmente assiduo in acqua che, se viene baciato dalla fortuna come questa volta, se l’è sicuramente meritato per le tante volte in cui ha sfidato il mare con qualsiasi tempo senza avere altrettanta buona sorte. Le sue caratteristiche essenziali come pescatore sono di essere un agguatista/aspettista in poca acqua unicamente da terra (come me), di pescare in pratica solamente all’alba (tutto il contrario di me ma uguale ad Angelozzi) e di restare praticamente sempre davanti a Santamarinella (mentre io mi muovo abbastanza a seconda della situazione). Per anni ci siamo incontrati spesso (adesso meno perché io passo la maggior parte del tempo nella casa di Capo Linaro) e, sia pure inconsapevolmente, abbiamo confrontato le nostre catture. In una valutazione globale ho sempre avuto il sentore di avere, nel complesso, un rendimento più elevato di lui in termini di catture e di taglia dei pesci. Per quanto ne so, una volta sola lui ha visto un grosso pelagico e non è riuscito a prenderlo e, anche nelle specie più comuni (cefali, orate, serra, barracuda e saraghi), pur non avendo fatto dei conti precisi, ho sempre avuto l’impressione di catturare costantemente di più e con taglie talvolta più interessanti rispetto a lui. Penso che sia un tipo di analisi di autovalutazione che – innocentemente – facciamo tutti quando parliamo di catture con altri pescatori. Come avrete notato non ho citato (volutamente) le spigole. Si perché, probabilmente, nelle spigole (almeno negli ultimi cinque anni) lui ha avuto un qualcosa più di me. A parte il 2012, anno in cui anch’io ho fatto un buon numero di catture di spigole di bella taglia (e in quell’anno potremmo dirci pari), credo di poter affermare che, negli altri anni dell’ultimo lustro, lui di spigole ne abbia prese più di me e più grosse delle mie. Credo che nel 2013 avesse già catturato un altro peso massimo oltre i 4 kg (mentre il mio ultimo peso massimo del genere risale addirittura al 2009). E anche di spigole di taglia media tra il chilo i due chili ho l’impressione che ne abbia prese di più di me.

A questo punto abbiamo posto i capisaldi per concludere la valutazione di quanto accaduto dal punto di vista squisitamente tecnico. Parliamo di un pescatore eccellente ma tecnicamente abbastanza monocorde che pratica un unico stile e fa sempre l’alba e sempre davanti a Santamarinella, senza effettuare grandissime varianti strategiche o tattiche. Perché questo fatto lo favorisce con le spigole? In generale dobbiamo giungere alla conclusione che (almeno nella nostra zona proprio davanti a Santamarinella) la spigola è il predatore più attivo nel bassissimo fondo di notte e che quindi più facilmente si può trovare alle prime luci, prima che si allontani di nuovo verso il largo (dico più facilmente perché non bisogna dimenticare le tantissime albe in cui non si vede la coda di un branzino). Quali le caratteristiche dell’alba di due giorni fa che hanno consentito il colpaccio? Le previsioni davano tramontana forte a partire da mare calmo e, quindi, il peggio del peggio per la pesca da terra. Ma, come qualcuno rispondendo al post ha intelligentemente ricordato, c’era un fattore in controtendenza: la marea. Era prevista, infatti, un’alzata di oltre un metro di marea (che per noi è tantissima) proprio alle prime luci dell’alba. Facendo le somme di tutto c’erano le condizioni per sperare nel jolly di un colpaccio, ma era molto più probabile non vedere niente piuttosto che prendere un pesce e molti avrebbero ragionevolmente deciso di dormire. Ma il mio vicino, come vi dicevo, fa sempre l’alba e si butta sempre, più o meno, negli stessi posti, quali che siano le condizioni. E davanti ad un sistema complesso non pianificabile come il mare o l’enalotto anche giocare sempre la stessa serie di numeri può essere un scelta che da i suoi frutti. A questo punto della nostra ricostruzione retrospettiva i due spigoloni ingenui erano li sul posto e il pescatore (molto bravo) pure e, quindi, una cattura era quasi una conseguenza fatale.

Ma come mai sono stati catturati tutti e due i pesci?

Anche per questo secondo evento, possiamo dire che l’imponderabile ci ha messo del suo per farlo capitare. Infatti, dal racconto che ho avuto, le cose si sono svolte casualmente nell’unico modo che poteva consentire una simile doppietta. In un mare freddissimo, e caratterizzato da totale assenza di altri pinnuti, i due pesci sono transitati veloci ma tranquilli davanti al fucile. Il mio vicino ha trovato il tempo giusto per sparare bene al secondo che era il più grosso (e presumibilmente la femmina). La sua bravura (ma anche e soprattutto il caso… credo che si possa dirlo) ha voluto che il pesce sia rimasto perfettamente fulminato, esprimendo solo un leggero tremolio. Quindi l’altro pesce, che aveva continuato a nuotare davanti, deve essere rimasto completamente disorientato e, presumibilmente, si è fermato qualche decina di metri più avanti “in ascolto” con la linea laterale per capire cosa fosse successo (se considerate che era probabilmente il maschio le cose vi risultano ancora più chiare). Il mio vicino ha quindi passato la grossa spigola nel cavetto praticamente senza muoversi dal punto della cattura e, quindi, si è spostato di pochi metri nella direzione di allontanamento dell’altro pesce ed ha effettuato un altro aspetto. In quel momento l’altra grossa spigola, che stazionava a poche decine di metri di distanza, ha visto scomparire dalla “visione radar” della linea laterale sia la sua sfortunata compagna che il pescatore. Dopo qualche istante ha cominciato, presumibilmente, a tornare indietro vinta dalla curiosità e, così facendo, è rimasta vittima della fucilata del pescatore che l’aspettava opportunamente nascosto. Non credo che la mia ricostruzione abbia qualcosa di sbagliato. Non c’ero, ma mi stupirei se le cose non fossero andate esattamente così. E’ chiaro che si trattava di due pesci molto ingenui che erano entrati da fuori e, tuttavia, non c’è dubbio che se la prima spigola non fosse stata totalmente fulminata e avesse dato luogo (com’era molto più probabile che accadesse) a un paio di minuti di “rodeo” prima di essere messa a cavetto, la seconda cattura non sarebbe mai stata effettuata e, al momento del secondo aspetto del mio vicino, l’altra spigola (più piccola e presumibilmente il maschio) sarebbe stata già in fuga, presumibilmente ben oltre il “mammellone” di Capo Linaro.

Credo di avere, a questo punto, messo nella giusta luce il mix di abilità e fortuna che ha fatto si che altri pescatori che hanno risposto al post (alcuni molto più bravi di me) abbiano cappottato (e anche io ho cappottato) in quella freddissima giornata, mentre il mio vicino abbia fatto, forse, il pescatone più bello di tutta la sua vita. Le cose nei fatti materiali e sostanziali stanno così e non credo che, dal punto di vista della fredda verità storica, ci sia molto da aggiungere. Da questo punto in poi non resta che parlare di filosofia della pesca.

Quale il problema filosofico del concetto di fortuna nella vita o nella pesca? Innanzi tutto bisogna dire che è un problema solo per alcuni e non per tutti. Per molti non è affatto una preoccupazione l’esistenza della fortuna e dell’imponderabile, ma anzi è un piacere e un motivo di serenità. Nella società umana molti miliardi di persone trovano una ragione di equilibrio nel pensare che ci sia un destino e che tutto sia già “scritto”, oppure che ci sia da qualche parte un Dio disposto a violare le regole della propria creazione per favorire qualcuno che gli sta simpatico (ricordate la famosa frase di Einstein: “non credo che Dio giochi a dadi con la creazione”…. ma molti miliardi di esseri umani legittimamente ci credono). Il fatto di sperare di poter avere un colpo di fortuna oltre i propri meriti oggettivi è, per milioni di persone, uno “stile di vita” come dimostra l’incredibile fortuna delle lotterie e delle slot machine in tutti bar di ogni città. Lo sport più popolare del mondo è il calcio dove l’elemento di fortuna (in confronti tra squadre a parità di livello tecnico) è molto elevato, trattandosi di una competizione con pochissimi punti a disposizione (un filo d’erba o una spizzata possono essere sempre decisivi nell’episodio dell’unico goal di giornata che decide il confronto). E se pensate che si tratta anche dell’unico sport che non ha supporti tecnologici all’arbitraggio vi rendete conto quando sia importante questo legame affettivo molto forte che vincola tantissimi esseri umani alla fortuna e alla dea bendata che la rappresenta. Non c’è niente di male in tutto questo e in nessun modo le mie parole devono essere interpretate come una critica. Ognuno è fatto secondo la propria natura ed ha i propri sentimenti, e ciò non può mai essere considerato una colpa ovvero un merito.

Ma, altrettanto incolpevoli, ci sono moltissimi esseri umani (tra i quali il sottoscritto) per cui la fortuna emotivamente è un problema. Nella psicoanalisi classica vi direbbero che dipende dalle caratteristiche del super-io di ciascuno. Io mio super – io è provato che è un vero rompiscatole (ma non credo di essere il solo). Pensare di affidarmi alla fortuna mi sembra una colpevole leggerezza (probabilmente mi hanno educato così o forse ero già così per natura). Ogni volta che le cose vanno storte mi sottopongo ad un auto – processo per capire cosa ho sbagliato e,  se per caso cerco di difendermi pronunciando la parola “sfortuna”, apriti cielo…. mi auto- condanno per direttissima e senza appello (ho un super-io veramente micidiale). Mentre, se le cose vanno bene, viene aperto comunque nella mia coscienza un auto – processo per capire se davvero ho avuto merito oppure se c’è stata fortuna (e in questo caso il mio “tribunale” interno è molto più incline a credere che sia stata fortuna piuttosto che merito mio). Con un super-io del genere non credo che possiate stupirvi se vi dico che l’unica attività “sportiva” che ho praticato agonisticamente ad un certo livello sono stati gli scacchi. Visto che nel mio subconscio le parole  che potrebbero indicare un alleggerimento della mia responsabilità (come destino, sfortuna, volontà di Dio e simili), non possono nemmeno essere pronunciate, allora tanto valeva praticare un’attività dove la fortuna e la sfortuna quasi non esistono (ma un pochino esistono pure negli scacchi), in modo da evitare proprio la discussione interiore.

Nei tredici anni in cui ho giocato agonisticamente a scacchi era chiaro che se avevo vinto era merito mio e se avevo perso era colpa mia, e, con un po’ di fatica addizionale, si poteva pure calcolare il perché avevo sbagliato e dove avevo sbagliato. Ma non ci gioco più da quasi quindici anni a scacchi. Gli scacchi sono un qualcosa che ammiro e amo intellettualmente, ma non sono uno sport che io porto nel sangue come la pesca in apnea. Tra l’altro non ho nemmeno un grande talento per gli scacchi (e forse nemmeno per la pesca subacquea) e gli eccellenti risultati che ho raggiunto si devono solo alla mia ferrea disciplina. Ma la pesca era ciò che amavo. Nelle pause delle infinite e tormentose riflessioni davanti alla scacchiera sognavo solo la pesca in apnea e le giornate libere in mare. Nel 2.000, dopo tredici anni di studio durissimo (passati a imparare le aperture, i finali, il mediogioco… chi ha giocato sa di cosa parlo), ho lasciato per sempre la scacchiera e da allora non ho più toccato un pezzo. Il mio titolo di maestro, conquistato con tanta fatica, è solo un bel ricordo lontano. Se ci ripenso adesso non mi sembra nemmeno un qualcosa che sia accaduto veramente a me, ma mi appare come la storia di un’altra persona che mi sia stata raccontata. Tuttavia ogni tanto ci ripenso a quegli anni, agli scacchi e alla loro legge durissima e spietata. Specie quando accadono situazioni del genere in cui, nella pesca in apnea, la fortuna ha una grandissima influenza. La fortuna è qualcosa che mi mette in difficoltà e non perché sono invidioso. E’ proprio la fortuna che mi destabilizza, sia che baci me sia che baci qualcun altro. Quando la fortuna capita a me la prendo al volo, ma psicologicamente mi destabilizza.

Il giorno dopo quel cappotto, in una giornata di mare altrettanto difficile, ho preso due cefaloni veramente grossi (catture naturalmente non paragonabili con le due spigole mostruose). Ma li ho presi senza fare quasi nessun ricorso alla fortuna. Facevano parte di un branco che monitoro da due mesi. Io non ce la faccio ad alzarmi all’alba, ma ho comunque scelto l’ora della calata forte di marea del pomeriggio. Tuttavia i cefaloni erano spariti dal bassofondo per via dell’acqua troppo fredda e allora li ho cercati nei posti più fondi e più adatti situati nelle vicinanze, con la considerazione che la forte tramontana avesse creato una di quelle condizioni con due termoclini e che i pesci fossero nella fascia intermedia. Li ho trovati e il primo mi arrivato fino alla punta dell’asta. Successivamente, nonostante il branco compatto e ormai spaventato, sono riuscito, poi, a farli tornare tre volte e siccome erano tanti e grossi, viaggiavano generando con le scodate un frastuono che sembrava il rumore del treno quando si sente sott’acqua lungo il litorale nei punti in cui la ferrovia passa vicino al mare. In uno di questi passaggi sono riuscito a prenderne un altro. Senza sbagliare e sprecare tiri: due colpi e due pesci. Alla fine, la sera, sono stato contento e finalmente rilassato; non per i pesci che ho preso che non erano niente di eccezionale, ma perché sono stato certo che quel poco che ho fatto sia stato veramente merito mio. Non vi consiglio di convivere con il mio super – io; tenetevi il vostro che non può che essere meno rompiscatole del mio, che è davvero insopportabile.

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Gherardo Zei

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