L’ultimo a rientrare

Tecnicamente questo fenomeno viene chiamato con un’espressione inglese che in italiano si potrebbe tradurre, più o meno, con “sballo del corridore”. In pratica si tratta di un fatto fisiologico, e rigorosamente provato dal punto di vista scientifico, che consiste in una sorta di euforia che coglie chi sta praticando corsa di fondo quando abbia raggiunto un certo livello di stanchezza.

La ragione è semplice: il corpo secerne endorfine ed altre sostanze adatte a sostenere il fisico nel corso dell’azione che sta diventando troppo faticosa. Queste sostanze naturali, oltre a rinfrancare il fisico, rendono la mente più ricettiva e incline a riflessioni interiori e sentimentali (una sorta di euforia da secondo bicchiere di vino, ma diversa). Anche in mare, durante l’attività di pesca in apnea, il corpo produce molte endorfine e stimolanti naturali, ma la grande concentrazione sull’azione di pesca impedisce di divagare con pensieri sognanti ed evocativi. Ecco perché solo quando si esce dall’acqua ci coglie – specie se la giornata è stata fruttuosa – quella magnifica sensazione di pienezza, allegria e serenità. Non che sia una sensazione dovuta interamente a ragioni biochimiche (io credo che ci sia molto di filosofico), ma certo un piccolo aiutino di sostanze stimolanti (naturali) penso che non si possa negare.

Per me, che ricordo di avere alzato qualche volta “il gomito” con gli amici quando ero giovane, ma che, in seguito, ho condotto una vita totalmente sobria, queste occasioni sono le uniche in cui vengo a contatto con quelle sensazioni di entusiasmo e disinibizione che come dicevo possono essere provocate anche (sia pure in modo parzialmente diverso) da un paio di bicchieri di vino bevuti al momento giusto.

Tutto questo discorso è solo la premessa per dire che, durante la settimana lavorativa, quando vado a correre (quasi tutte le sere subito prima di cena), dopo il terzo chilometro la mente mi comincia a vagare tra tanti pensieri errabondi e spesso rimugino sulla pesca subacquea (che poi è la ragione per cui mi sottopongo a questo sacrificio della corsa serale). Lo “sballo del corridore” spinge la mia mente verso le zone più interiori e meno razionali della mia passione per la pesca in apnea. In certi giorni mi capita di sognare ad occhi aperti qualche grande cattura ed è impressionante come io – che non sono particolarmente dotato di immaginazione visiva – riesca a “vederla” con gli occhi della mente nei minimi dettagli quasi si trattasse di qualcosa di reale o perlomeno di un vero e proprio sogno di quelli che si fanno di notte.  In altre sere comincio a sprofondare mentalmente nei miei sentimenti per la pesca in apnea e – aiutato dalla disinibizione dello “sballo” – riesco a farlo in modo più emotivo e quindi più efficiente (perché per l’analisi degli impulsi profondi la razionalità non è sempre tanto efficace), lasciandomi cadere nell’intimo dei miei sentimenti e delle mie sensazioni sul mare e sulla pesca, che si trovano nella parte più inviolata e arcaica della mia mente.

La settimana scorsa, correndo, mi ero messo a pensare ad una delle mie fissazioni di quando sono in mare che è quella di non cappottare (sono certo che moltissimi altri pescatori hanno questo stesso genere di impulso, quasi incontrollabile). Per me funziona così. Io (come moltissimi altri) ho delle regole mie personali sui pesi minimi dei pesci, le quali, ovviamente, sono in generale più conservative dei dettami di legge, che sappiamo tutti benissimo essere risibili. Sulla base di queste mie regole, per poter dire di avere “scappottato” devo catturare almeno un pesce che sia entro i parametri che mi sono dato. Io non pesco certo per guadagnarci e nel congelatore ho mediamente più pesce di quello che mi serve, ma –inspiegabilmente – quando mi trovo dentro l’acqua il fatto di cappottare mi manda “nei matti”. Se sto cappottando e siete nelle vicinanze potete vedermi che lotto come se fosse questione di vita o di morte per prendere almeno un pesce e, mentre lo sto facendo, mi rendo conto che è un comportamento esagerato e assurdo ma non posso trattenermi; è come se si fosse attivato un interruttore che determina un istinto primordiale che non riesco a trattenere ne a controllare.

Cerco di non fare cose pericolose per la mia incolumità e di rispettare le mie regole cavalleresche di pesca – questo si – ma a parte questo faccio tutto il resto sia umanamente e fisicamente possibile per catturare almeno quel singolo pesce decisivo. Ma decisivo per cosa? Non si capisce: è un segreto nascosto dentro di me. E mi ricordo non so quanti casi in cui, alla fine di moltissimi sforzi, dopo aver catturato quel fatidico pesce (magari un misero sarago di 400 grammi) ho provato un’indescrivibile sensazione di sollievo, sensazione che nelle giornate ricche di pesce non provo nemmeno alla cattura di una spigola di oltre due chili (anzi dopo avere preso un certo numero di pesci il mio istinto venatorio comincia ad affievolirsi fino quasi a scomparire). Come controprova ho sempre osservato che tutte le volte in cui, nonostante il massimo impegno, sono uscito “cappottato” sono rimasto per circa un’oretta inferocito. Poi a casa, dopo la doccia, improvvisamente questo sentimento di dispiacere, molto simile ad una sorta di assurda e primitiva disperazione, si è sciolto dissolvendosi completamente e lasciandomi solo una diffusa e divertita sensazione di autoironia a sottolineare che il mare davvero mi manda “nei matti”. Da quel momento in poi, che sia stato cappotto o grande pescata, le sensazioni positive e piacevoli della bella e corroborante giornata in mare tendono, catture o non catture, a convergere e ad assomigliarsi.

Insomma, come vi raccontavo, alcuni giorni fa correvo nel “parco Meda” a due passi da casa mia a Roma e pensavo a questo mio strano modo di essere (per fortuna transitorio) che considera il “cappotto” quasi come una tragedia. Razionalmente è una cosa inspiegabile, ma non si può cercare nella ragione razionale una cosa che con la ragione non ha nulla a che fare. La risposta è dentro la parte più antica della mente di ciascuno, dove sono conservati quei remoti istinti che furono molto utili forse un milione di anni fa ma che oggi possono servirci esclusivamente per fare autoanalisi e letteratura (che è proprio quello che stiamo facendo). Ed ecco che – mentre correvo – la mia mente, aiutata dallo “sballo del corridore”, ha liberato dal profondo le ragioni di una tale assurda fissazione. Correvo ed ho cominciato a sognare ad occhi aperti. Ho iniziato a immaginare un mondo primitivo di centinaia di migliaia di anni fa, in una stagione inclemente, con i cacciatori che trascorrevano la giornata all’aperto nei boschi, nella macchia selvaggia e – forse – in mare (non ci sono prove me io ne sono convinto perché altrimenti a mio avviso il blood shift e il diving reflex non si spiegano), cercando la preda che avrebbe consentito alla famiglia di sopravvivere per un’altra settimana. La famiglia, formata dalle donne che curavano i bambini e dagli anziani, aspettava in un rifugio che potesse offrire un minimo di sicurezza e di riparo dalle condizioni atmosferiche avverse. La famiglia aspettava e sperava di avere puntato sul cacciatore giusto, sulle cui spalle gravava tutta la responsabilità della sopravvivenza del gruppo. E nelle cattive stagioni e nelle brutte giornate erano molte le famiglie che dovevano soccombere al freddo e alla fame perché il loro cacciatore non riusciva più a fare fronte alla situazione, inanellando una serie di “cappotti”. Mentre si succedevano i chilometri della mia corsa al “parco Meda”, questo sogno ad occhi aperti era diventato così reale nella mia mente che cominciavo ad immaginare questo mio antenato cacciatore, i cui geni sono ancora nel mio sangue, ed era come se lo vedessi che si ostinava per cercare di prendere almeno un pesce, perché da quel singolo pesce poteva dipendere la sopravvivenza di tutte le persone che amava. E nella mia psiche si determinava una specie di trasfert, e quell’antenato era come se fossi io quando mi ostinavo a cercare a tutti i costi almeno un sarago.

Ecco perché lo facevo!

Avevo finalmente capito cosa fosse. Era (ed è) un interruttore emotivo nascosto nel profondo della mia anima primitiva il quale, se azionato, attiva un meccanismo molto antico che mi spinge a tentare (e continuare a tentare ancora) di effettuare almeno una cattura con crescente disperazione, perché quel meccanismo è stato “costruito” in un’epoca in cui da quella cattura poteva dipendere qualcosa che valeva più della stessa vita del cacciatore. Al giorno d’oggi in città, svolgendo i normali lavori di un mondo moderno, pare quasi che questi antichi istinti non esistano più e sembra che siano scomparsi insieme al mondo che li aveva resi necessari. Ma in mare d’inverno, nella fatica e nel freddo, la condizione umana primitiva riemerge dalle nebbie di un passato arcaico e s’impadronisce di nuovo delle anime dei pescatori in apnea.

E’ una cosa buona? Io penso di si.

E ci ragionavo mentre finivo l’ultimo giro nel percorso vita del “parco Meda” e attraversavo il cancello per dirigere la mia corsa verso casa. Spontaneamente indirizzavo un pensiero pieno di affetto e di gratitudine a quel mio remoto antenato che aveva praticato la nostra stessa attività in condizioni tanto difficili e in un’epoca così vetusta da essere perduta nel tempo. In un’epoca in cui nessuno si sarebbe sognato di considerare la caccia (subacquea o terrestre) come uno sport ma, anzi, quell’attività era la fonte quasi unica di sopravvivenza. La caccia era quella cosa che faceva la differenza tra continuare a vivere oppure morire, e scomparire per sempre. “Se sono qui a correre, se ho una bella casa e una bella famiglia con tre meravigliosi figli lo devo a lui” pensavo. Se non fosse esistito quel mio antenato che non mollava e continuava a cacciare finché non catturava quel maledetto (o benedetto) ultimo sarago, io non sarei mai esistito e nemmeno i miei figli. E nel mio sogno ad occhi aperti me lo immaginavo così: serio e concentrato che inanellava un tuffo dopo l’altro con ostinazione fanatica senza arrendersi mai e, quando tutti gli altri cacciatori avevano perduto la speranza, lui teneva duro. Era uno che quando era necessario sapeva prendersi i suoi rischi ed era consapevole che sarebbe stato l’ultimo a rientrare, ma – ne era certo – sarebbe tornato con il pesce nel cavetto e i bambini avrebbero saltato per la gioia quando avessero, finalmente, udito da lontano il suo tanto atteso urlo di saluto al rientro dalla caccia.

Certo è pur vero che quando, nel 2013, io mi ostino a cercare in tutti i modi di catturare almeno un pesce sono (più che altro) piuttosto ridicolo. Ma adesso che so come sono andate le cose, sono contento di essere così. Lo considero un omaggio che faccio a quel Gherardo di tante centinaia di migliaia di anni fa; non mi dispiace di assomigliargli nel bene e nel male e sono onorato di portare il suo sangue nelle mie vene. Glielo devo. Perché era l’ultimo a rientrare e così voglio essere anch’io.

Gherardo Zei

4 pensieri su “L’ultimo a rientrare

  1. Bravo Gherardo,m’e’ davvero piaciuta la tua riflessione tra filosofia e scienza,tanto quanto lo spirito con cui vivi questo straordinario sport. Antonio.

  2. Siamo ormai immersi in un mondo digitale, ma hai ragione Gherardo, le nostre cellule ancora ricordano quanto fosse una questione di vita o di morte per i nostro antichi progenitori, tornare dai propri familiari con qualche preda per cena e questa memoria genetica è come se fosse un riconoscimento per la loro incrollabile volontà di sopravvivere.

  3. Mi sono rivisto in cio’ che hai scritto,Gherardo!!!Stessa determinazione e voglia di portare a casa qualcosa di buono per i miei cari!!!Grande!!!

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