LA FORZA DELLA VERITA’

Probabilmente è più un difetto che un pregio, ma io credo nella verità e non penso che potrò mai smettere di farlo.

Mi ricordo che, all’atto della consuntivazione di un Assestment molto importante per la mia carriera lavorativa, il valutatore mi disse: “Lei Zei ha detto le cose più brillanti, ma era come se non fosse interessato a convincere i suoi colleghi”.  Rimasi interdetto, ma risposi sinceramente, dicendo che io non volevo “vendere” niente e che se quello che avevo detto nel corso della prova era esatto, mi aspettavo che si affermasse per la sola forza della sua veridicità. Il valutatore non fece una piega, ma mi guardò un po’ di traverso e gli lessi negli occhi che ero andato male. Era un Assestment per dirigenti ed evidentemente saper “vendere” era importante, almeno secondo la sua opinione.

Ma, ripensandoci, non me ne frega niente e ai “venditori” gli lascio di vero cuore tutti i loro sotterfugi e le loro furbizie e mi accingo a dirvi solo tutta la verità, almeno per come la vedo io, su queste aggressioni nei nostri confronti fatte di pubblicità radiofoniche contro la pesca sportiva, recentemente mandate in onda su alcune radio (Radio 105, Radio Virgin e Radio Montecarlo) a cura di una sigla che si chiama Mr. Planet.

Ho visitato rapidamente questa piattaforma web di Mr. Planet da cui partono le menzionate iniziative e ho qualche difficoltà ad immaginare che una cosa del genere sia fatta così, semplicemente, in mancanza di interessi economici. Senza entrare nel merito specifico –  che non conosco – posso affermare che nella società contemporanea esistono almeno quattro gruppi di interesse che possono avere vantaggi ad attaccare arbitrariamente la pesca sportiva.

Il primo è costituito dal comparto industriale/commerciale/manifatturiero di trasformazione che lavora nel settore del prelievo industriale delle risorse marine con mezzi di alta tecnologia. Questo comparto industriale ha intaccato pesantemente gli Stock ittici e chiede continuamente ai governi di tutto il mondo nuovi sussidi e nuove norme che siano tali da autorizzare una pesca ancora più indiscriminata. Non c’è dubbio che, per giustificare tali richieste, faccia molto comodo a questo potere forte trovare nella pesca sportiva un “capro espiatorio” su cui scaricare la colpa dell’evidente depauperamento del mare.

Il secondo settore che ha interesse ad attaccarci è quello (sempre molto potente) delle istituzioni pubbliche (centrali ministeriali o locali territoriali) che ruotano intorno al settore della pesca industriale. Ogni pubblica amministrazione lotterà sempre – al massimo livello della propria capacità burocratica – per insabbiare e travisare la verità pur di evitare la riduzione del comparto industriale di riferimento sul quale ha costruito il proprio “impero” di carta da bollo e di timbri. Non bisogna sottovalutare la potenza di questi burocrati seduti dietro le loro scrivanie, per difendere le quali sarebbero disposti a far distruggere il mare non una ma cento volte se fosse necessario. Anche costoro hanno necessità di difendere il comparto della pesca industriale e, quindi, hanno interesse a trovare un capro espiatorio.

Il terzo settore che può avere interesse a sostenere una campagna di stampa contro la pesca sportiva è quello riferibile a quel tipo di industria manifatturiera che determina scarichi nei corsi d’acqua in misura significativa. Ogni volta che una di queste industrie (o gruppi di industrie) effettua scarichi tali da desertificare un corso d’acqua dolce o da compromettere addirittura un significativo specchio di mare, rischia di essere accusata pesantemente e – quindi – ha tutto l’interesse a indirizzare la confusa ondata di indignazione dell’opinione pubblica verso un altro bersaglio, o, perlomeno, ha la volontà di creare dei bersagli alternativi che consentano – se non altro – di confondere le acque. Il debole settore della pesca sportiva è l’ideale per poter ottenere questo tipo di risultato e quindi viene attaccato anche da costoro.

Infine esiste un quarto settore che ha tutto l’interesse ad attaccarci e che è fortemente complementare ai tre precedenti. Si tratta della nuova “industria” dell’ambientalismo (sedicente ambientalismo perché si tratta di un nome usurpato) che ha radici sia nel privato che nella pubblica amministrazione. Com’è nato questo professionismo pseudoambientalista? A pensarci, è semplice. E’ nato quasi spontaneamente, perché dalla popolazione comune si alza, ogni anno di più, un grido di allarme e ciò avviene perché è sotto gli occhi di tutti il fatto che l’equilibrio ambientale si sia alterato. Ma è un grido confuso e disorientato, che ha bisogno di qualcuno che lo indirizzi verso le vere cause del problema. E dove c’è un’esigenza di tante persone questo significa che tante persone sono disposte a spendere e, in questo nostro brutto mondo, la risposta che arriva è quasi sempre quella di qualcuno che ha “fiutato” l’affare. Ed ecco sopraggiungere i politici, i giornalisti e i “tecnici” dell’ambientalismo da salotto. Personaggi che dell’ambiente naturale se ne fregano ma che forse hanno trovato una poltrona dove accomodarsi e succhiare guadagno. Questo nuovo business ha tutto l’interesse a integrarsi con gli interessi della pubblica amministrazione burocratica creando “parchi” che significano solo privatizzare a loro uso e consumo pezzi di territorio o di mare sui quali, da quel momento in poi, sono costoro a staccare biglietti a pagamento per poter accedere e visitare, magari con l’ausilio di guide che devono essere a loro volta pagate (non vorrei pensare male ma, forse, sono parenti o amici?). Il tutto senza contare le risorse di danaro pubblico che questi “parchi” succhiano, sempre per opera della burocrazia interessata di cui ho già parlato prima Questo nuovo business, che con l’ambiente non ha niente a che fare, si espande poi nei settori più scenografici e redditivi come, ad esempio, quelli della tutela (ma fanno davvero qualcosa?) di animali simpatici e spettacolari come le balene, i delfini, gli squali e chi più ne ha ne metta. Sono tutti animali che fanno “cassetta” nell’immaginario del cliente cittadino, che della natura conosce solo i cartoni animati. Ma sappiamo bene che riparare il tetto di una casa quando crollano i pilastri portanti non ha nessun senso e – allo stesso modo – dare del danaro a qualcuno che dice (ma è tutto da vedere che lo faccia) di tutelare le balene dall’altra parte del mondo quando, sotto casa nostra, il mare sta morendo (addirittura negli elementi di base della propria catena ecologica) per la pesca industriale e per l’inquinamento è soltanto disinformazione e follia.

Ma di tutto questo i nuovi professionisti dello pseudoambientalismo se ne fregano e, quindi, dopo aver drenato risorse di danaro pubblico per non ben definiti programmi di ricerca sulla riproduzione dell’ippocampo e risorse private per ipotetiche campagne a favore della balenottera, i suoi adepti se ne tornano tranquillamente a casa a mangiare un’orata pescata con una Cianciola che ha appena sterminato – in piena riproduzione – il montone madre delle orate del proprio litorale. Del resto questi furbi personaggi dell’ambientalismo professionale sanno bene che bisogna dare al cliente ciò che il cliente vuole e, se i loro iscritti cittadini credono che il mare sia quello a cartoni animati del pesciolino Nemo, risulterebbe molto faticoso e improduttivo educarli e informarli, ma è molto meglio alleggerirli dei soldi che hanno in tasca dando loro proprio il prodotto che vogliono e cioè la campagna a favore della balenottera con il depiant con foto a colori e la ricerca sulla riproduzione dell’ippocampo con la solita foto vecchia e già usata del tizio in camice bianco davanti al microscopio. Inutile dire che anche a questo settore di affari può far molto comodo un utile capro espiatorio, perché le persone poi quando vanno al mare lo vedono che la situazione è sempre peggiore tutti gli anni e che di pesce ce n’è sempre meno sia facendo lo snorkeling che sui banchi del mercato (a prezzi molto salati e questo le persone lo capiscono bene).

Allora ecco la soluzione!

La colpa è dei pescatori sportivi che sono i più deboli e attaccabili. Perché se i sedicenti “ambientalisti” attaccassero per davvero i pescatori industriali o la connessa burocrazia allora rischierebbero grosso. Se attaccassero le industrie inquinanti verrebbero spazzati via da un potere più grande del loro. Dunque decidono di attaccare i pescatori sportivi. Ma come fare a convincere le persone che la colpa è dei pescatori sportivi? Semplice. Nei parchi bisogna mantenere delle piccole zone con dei pesci ammaestrati e pasturati che possano dimostrare a qualcuno (che di mare capisce poco e niente) che il pescatore sportivo è la causa di tutto e poi non resta che buttarla sul pietistico con il discorso degli ami e le frecce che trafiggono i poveri pesci, la cultura dei cartoni animati farà il resto…..

Ma resta il fatto che, tranne che per un ristretto numero di persone totalmente vegetariane (che peraltro devono assumere alimenti particolari di natura industriale per poter avere un adeguato equilibrio proteico), l’assunzione di proteine animali fa parte dell’alimentazione umana secondo natura. E comunque anche mangiando i vegetali si toglie la vita ad un’entità vivente che prima era viva (e vegeta), perché gli esseri biologici vivono in catene alimentari e i sassi non si possono mangiare. Se si beve il latte si toglie il latte ad un agnello che sarebbe stato il legittimo proprietario del nutrimento creato per lui dalla propria madre, se si mangia un uovo si impedisce ad un pulcino di nascere e se si assume carne o pesce ci si nutre del corpo di un essere vivente che è stato ucciso da noi o da un killer che noi abbiamo pagato per farlo. Quindi tutte le creature si alimentano di altre creature e, alla fine della vita, esse stesse diventano sempre alimenti, così come noi stessi saremo – in ogni caso – alimenti per i batteri e i microorganismi che si nutriranno del nostro corpo, consumandolo dopo la nostra morte. Per legge di natura gli animali (compreso l’uomo) sono nati per vivere liberi e felici, ciascuno nel proprio ambiente naturale, e guardarsi dai pericoli ma, al contempo, costituire essi stessi un pericolo per le creature di cui si nutrono. Già la pratica dell’allevamento (indispensabile per nutrire vaste popolazioni umane) ha alterato fortemente questo equilibrio creando una nuova popolazione di creature nate solo per nutrire altre creature e quindi destinate ad una vita senza prospettive e senza speranza. La caccia industriale finché è esistita ha sterminato intere popolazioni di animali, a cominciare dai bisonti americani che non sono nemmeno stati sterminati per nutrirsene, ma, molto peggio, sono stati sterminati lasciandone le carcasse a marcire al sole, solo per sottrargli i pascoli e darli all’agricoltura e per mettere in difficoltà le popolazioni degli indiani che con quegli animali vivevano in simbiosi da migliaia di anni operandone un prelievo perfettamente sostenibile (uguale a quello nostro in mare). Lo sterminio dei bisonti rese più facile il genocidio delle popolazioni indiane perpetrato a sangue freddo dalle “civili” popolazioni anglosassoni che poi si sono arrogate il diritto di alzare la bandiera della guida morale del mondo.

Oggi come oggi il prelievo della pesca sportiva è irrisorio (dai pochi studi a disposizione sembra che quello della pesca subacquea sia lo 0,3% e tra il 3% e il 5% quello della pesca sportiva in generale) ma non è questo il punto. Il punto è che il prelievo della pesca sportiva è, proprio sul piano ambientale, l’unico moralmente giustificato per quanto ho detto. Gli animali catturati dal pescatore sportivo, con mezzi molto limitati ed esclusivamente per il proprio sostentamento personale, vivono una vita molto felice (non come i pesci totalmente impazziti di paura che vediamo negli acquari Lager sostenuti e frequentati dalle associazioni “ambientaliste”) e considerano il pericolo della predazione come uno dei pericoli naturali che fanno parte del loro ciclo vitale. E noi pescatori subacquei questo lo sappiamo bene, perché in mare passiamo decine di migliaia di ore e constatiamo di persona come stanno le cose e abbiamo con i pesci del nostro litorale di riferimento un rapporto quasi simbiotico di reciproca conoscenza.

La verità è semplice ed è sotto gli occhi di tutti. Con un prelievo della pesca industriale di non meno del 95% del totale e con un danno dell’inquinamento non determinabile, accusare i pescatori sportivi (e in particolare i pescatori in apnea) di danneggiare il mare è come dire che gli indiani americani hanno sterminato la popolazione dei bisonti. E’ una menzogna, un’assurdità e – mi sia consentito – anche un’infamia dal punto di vista morale. Ma non dubito che all’epoca qualcuno dei furbi anglosassoni “civili” (e capaci di un genocidio) abbia accusato gli indiani anche di avere sterminato i bisonti, con la stessa faccia di bronzo con cui oggi noi siamo accusati di depauperare il mare.

Noi del mare siamo gli ultimi difensori, come gli indiani sono stati – purtroppo invano – gli ultimi difensori dei bisonti di cui pure si nutrivano. Ma se oggi gli indiani sono confinati in pochi gruppi di personaggi usati più che altro per il turismo folcloristico e i bisonti sono ridotti a poche mandrie conservate in alcuni parchi a tema (un po’ come i pesci ammaestrati dei nostri parchi marini), non credo che una persona sana di mente possa affermare che tutto questo disastro sia avvenuto per colpa degli indiani.

Io non “vendo” niente, questa è solo la verità. E io pronuncio la verità con ferme, chiare parole, a dispetto di tutto, così come feci quel giorno nel corso di quell’importante esame dal quale dipendeva la mia carriera. Continuo a pensare che – alla fine – la verità sia un valore in se stessa e che tutti, in fondo, possono essere capaci di vendere qualsiasi cosa, ma pochi sono capaci di dire la verità anche se non gli conviene e solo di questi pochi uomini ci si può fidare, perché sono uomini leali. Credo che la vita non sia tanto lunga che un vantaggio a breve o medio termine ci possa giustificare e sollevare dalla responsabilità che abbiamo – ci piaccia o no – verso il mondo e verso la nostra stessa dignità di uomini. E oggi chi sta diffondendo quegli assurdi spot contro la pesca sportiva se ne assume la responsabilità davanti alla propria coscienza e a Dio, se ci crede. Forse nel breve avrà dei vantaggi e farà una brillante carriera, ma si ricordi che la verità rimane sempre lì davanti ed ogni giorno è più ingombrante da camuffare e tutti i nodi arrivano al pettine. Perché la verità è lenta ad affermarsi ma è molto ostinata ed anche io, alla fine, ebbi lo stesso la mia promozione.

Gherardo Zei

20 pensieri su “LA FORZA DELLA VERITA’

  1. Concordo pienamente
    Occorre fare qualcosa di concreto per avere maggiore visibilità nel nostrto sport ecologico, e sano

  2. Il Sig. Pratesi non perde occasione per fare sfoggio della propria ipocrisia che fa a gara solo con la sua inguaribile malafede

  3. Ragazzi, penso che invece di linkare l’articolo di Pratesi qui, si dovrebbe linkare il mio articolo nel Blog di Pratesi. Perché per me rispondere ai suoi argomenti inesatti e molto banali sarebbe molto facile, mentre non vedo come potrebbe fare lui a rispondere alle mie argomentazioni….

  4. Sono pronto ad un contraddittorio con lui quando vuole e dove vuole (ma non vuole)

  5. Mi permetto di aggiungere una personale opinione in merito al tema trattato nell’articolo dal sig. Zei.
    Credo che nell’uomo contemporaneo occidentale stia scomparendo l’istinto atavico che lo portava in passato a cacciare o pescare per la propria sopravvivenza.
    E’ indubbio che solo una parte di noi si dedica, per hobby o per professione, ad attività primarie quali l’agricoltura, l’allevamento o la pesca.
    Troviamo il pollo confezionato e il tonno in scatola sugli scaffali del supermarket al pari dell’insalata, del pane e del caffè.
    Accade, secondo me, che l’industria della pesca viene collocata dal consumatore all’interno della più grande industria alimentare e le connesse attività di lavorazione e trasformazione dei prodotti.
    Non so quale è la percentuale dei consumatori che, acquistando un filetto di platessa surgelato, riflettono con consapevolezza sul fatto che quei merluzzi erano vivi nell’oceano prima di essere pescati e lavorati a bordo di navi per finire confezionati in comode porzioni.
    Il povero pescatore, invece, ancora oggi colpisce i pesci con la propria arma e tutta la brutalità insita nell’azione di caccia è evidente. Questo, forse, colpisce molto di più la sensibilità rarefatta dei moderni cittadini consumatori.
    A ciò, come un’aggravante nei confronti del pescatore subacqueo, si aggiungono le preoccupazioni per il progressivo depauperamento ittico.
    Sono quindi d’accordo con quanto sostenuto dal sig. Zei e, nonostante non sia in possesso di dati scientifici, mi appare quantomeno secondaria la pressione esercitata dai pescatori subacquei rispetto alle flotte di pescherecci.
    Resta, comunque, ferma da parte mia la condanna verso le tante pratiche illecite messe in atto da tanti pescatori subacquei, pesca notturna, dimensioni delle prede, limite del pescato giornaliero, vendita del pescato senza apposite licenze e permessi etc., che tutti noi conosciamo e che comunque mettono in cattiva luce chi pesca amando e rispettando le leggi ed il mare.

  6. Ciò che afferma Zei è verità incontrovertibile , e le parole di De Vanna sono un complemento necessario a qualificare i pescasub come elemento infinitesimale di prelievo , nullo di danno collaterale e ligio alle norme e regolamenti volti alla tutela reale del patrimonio ittico. Manca un passaggio : siamo pochi , sparsi sul territorio e quindi irrilevanti ai fini elettorali . E di modesto “contenuto” economico. Sul sito degli amici pescasub di Gjon compare un immagine che pare incredibile provenga dalla calcisticissima Spagna : ” Quando ci renderemo conto che un maestro , un infermiere o un pompiere valgono molto di più di un calciatore, allora e solo allora potremmo fare dei progressi sociali”. E’ quindi questo l’ abitus mentale contro cui ci troviamo a combattere , abitus che ricerca nelle minoranze “culturali” il capro espiatorio per la propria ignoranza.
    Altro must ideologico è quello di rinchiudere i pescasub in un recinto di ” ignoranza e insensibilità ambientale “. Penso , tra gli amici che praticano il nostro sport , a quanto pochi possa essere addebitata qualche forma di ” ignoranza” , e mi vien spontaneo di confrontare il lessico degli amici con cui pesco ( diplomati ,laureati , professionisti ecc. splendidi dilettanti e appassionati di questa disciplina ) con quello dei calciatori di ogni ordine e grado !!!! Dove sta l’ ignoranza ????
    Giovanni Svara , orgogliosamente pescasub da più di quarant’ anni !!!!

  7. Vi ringrazio molto dei vostri commenti che hanno arricchito il mio articolo. Grazie davvero dal profondo del cuore.

  8. Caro Zei , sono perfettamente d’accordo con tutto ciò che ha detto nel suo articolo , la mia personale opinione è che in pochi anni i pesci sottocosta o sulle secche , quelli intendo che valgano un’apnea e una fucilata , spariranno , i bei pesci come orate saraghi corvine e company, si stabiliranno a vivere dai 40 metri in giù e il nostro sport . . . finirà , i poteri che ci sono contro sono troppi e troppo forti , il mare a causa di queste lobby è sempre più povero di pesci , e noi pescatori subacquei saremo costretti a smettere ! che rabbia e che tristezza !!

  9. Ecco fatto ho seguito il tuo consiglio e adesso un bel ” giro ” su Facebook …

  10. Caro Ghrardo il tuo contraddittorio non ci sara’ mai ! Perché semplicemente verrebbe censurato come hanno fatto con il mio post che ho tentato di lasciare ( non mio ma di una persona che stimo molto e che, in mancanza di sua eventuale approvazione , ho proposto io in prima persona ) e che vorrei riproporre .

    Riguardo la tutela della fauna marina ( AMP) in molte aree ,la pesca professionale ,può esercitare la sua attività sul 90% del territorio del parco , mentre sono esclusi solo i pescatori subacquei , un po poco visto che, qualche anno fa, un cianciollo (una rete a circuizione) ha scaricato in banchina (me presente) alcune tonnellate di ricciole e di orate di grossa taglia, pesci che neppure in una vita un pescatore subacqueo può immaginare di catturare !

    Alcuni parchi sono commissariati già da tempo, se ne aggiungeranno degli altri!

    Come non mi piacciono gli zoo, non amo i parchi e la mistificazione di tutela che vi sta dietro. La tutela del territorio non può considerarsi una faccenda da risolvere con i parchi naturali, piccole isole in un mondo imperfetto, il territorio va visto e tutelato nella sua interezza, nello specifico quelli marini non possono prescindere dal controllo dello scarico delle acque dolci visto che nel mare le barriere di un parco sono fittizie e la “merda” che vi scarichiamo dentro non si ferma ai confini del parco marino; ne si può prescindere dal prelievo della pesca professionale perché se continuerà con i ritmi attuali tra qualche anno in queste aree “protette” non ci sarà neppure un pesce.

    Sui temi ambientali continuo a leggere articoli e sentire interviste dove si fa della retorica e del populismo.

    Come si può anche solo pensare, proibendo ai pescatori subacquei il loro prelievo (in pratica l’unico divieto di prelievo esercitato in tutta l’area di un parco), di giungere alla tutela della fauna se non si ferma anche la pesca professionale e poiché i pesci non vedono i confini assegnati dall’uomo, se non si contingenterà tutto il prelievo professionale in un bacino chiuso come il Mediterraneo che ha scarso ricambio faunistico con gli oceani.

    L’uomo pesca nel Mediterraneo da migliaia di anni, questo mare è stato la culla della civiltà occidentale, ha sfamato innumerevoli generazioni finché le popolazioni sono state sostenibili col territorio, ora non si creda che escludendo dal prelievo i pescasub all’interno di un parco marino di risolvere problemi di tutela della fauna marina che andrebbero affrontati con maggiore serietà e competenza.

    Nei parchi marini è stata esclusa l’unica forma di prelievo individuale sostenibile, quella nella quale il pescatore sceglie la sua preda e lo fa su individui di taglia che si sono già riprodotti !!

    E’ proprio su questo particolare che crolla tutto l’impianto di pretesa tutela: non si vogliono toccare i veri predoni del mare perché appartengono ad una categoria numerosa iper-protetta bacino di voti e si getta fumo negli occhi alla gente comune mistificando una protezione che non esiste : “TUTELIAMO L’AMBIENTE: I PESCATORI SUBACQUEI COL FUCILE NON POSSONO ENTRARE NEI PARCHI MARINI”

    Sono stupito e nello stesso tempo sconcertato che nessun giornalista, ma anche uomo di cultura, riesca a scorgere la mistificazione di queste argomentazioni, anzi essi stessi (i giornalisti dei quotidiani) continuino a proporci l’interpretazione dei parchi naturali come primo strumento di difesa dell’ambiente nel quale viviamo.

    Mi viene da pensare che costoro non vivano il mare come lo vivo io e scrivano di qualcosa che non conoscono, riproponendo il solito cliché di vetero-ambientalisti.
    Il problema ambientale affligge la nostra generazione e affliggerà ancor più le generazioni future, tutti ne siamo coscienti, ma è nella chiave di lettura del problema che si creano sostanziali differenze tra la cultura dominante (quella espressa in buona parte dai giornalisti dei quotidiani) e il sentire comune della gente.

    Quando esco dall’acqua con i mie pesci catturati in apnea tra mille difficoltà e rischiando la vita (in questo periodo soprattutto per i natanti spericolati) non sento critiche da parte di nessuno, anzi molti si complimentano, l’immagine di “loschi individui vestiti di nero” è solo nella sua mente e di altri ambientalisti che trovano spazio sui quotidiani e che ci raccontano quanto siano utili i parchi marini.

    Il giorno che ho assistito allo scarico in banchina dei pesci catturati dal cianciollo già citato, (io ero in gommone e vedendo la scena mi ero avvicinato) sul molo un vecchio pescatore con gli occhiali stava imprecando e piangeva di rabbia (lui nativo di Palau, mentre la barca del cianciollo era ponzese)

    Non sono competente per esprimere una opinione sui parchi naturali terrestri e sui parchi marini in altre parti del mondo, posso sostenere per certo avendo una esperienza unica come subacqueo che, nelle zone fortemente antropizzate del Mediterraneo i parchi marini sono enti inutili e rappresentano una forte mistificazione di una tutela ambientale che avrebbe bisogno di ben altre iniziative.

    Capisco sotto il profilo empatico il desiderio delle molte persone che hanno a cuore i problemi ambientali di “fare qualcosa” e magari di cercare, come spesso accade, dei responsabili del degrado che stiamo vivendo, ebbene, per la fauna ittica non sono certo i pescatori subacquei, per il resto i responsabili siamo tutti noi con l’esplosione demografica figlia di una comunità di allevatori-agricoltori che ha spostato l’equilibrio della nostra presenza sul pianeta.

    Non esistono i “buoni” che non inquinano che tutelano mentre gli altri sporcano.

  11. Io noto in particolare delle differenze rispetto al 2010. Questo è stato l’ultimo anno in cui ho trovato spacchi pieni di saraghi e qualche cernia sui 2 kg.
    Ho le foto di mio padre con una cernia di 15 Kg pescata in una zona dove oggi non c’è traccia di vita. Io stesso ricordo nella mia infanzia che in una posto adiacente alla foce di un canale d’acqua dolce c’erano pallonate di cefali, salpe, mormore e corvine in 7 metri d’acqua. Anche lì sino a un paio di anni fa si poteva ancora ancora pescare, oggi proprio niente. Bisogna andare molto al largo, almeno qualche miglio dalla costa, per scovare nella poseidonia una strisciata di roccia abitata da pesci degni di essere pescati. Non parliamo poi di polpi, scorfani, triglie, addirittura sogliole, che un tempo si pescavano in tre metri di acqua.
    Negli anni ’80 e ’90 le bombe – una volta ero in acqua quando ne esplose una a duecento metri da me… – poi tutti i diportisti miei conoscenti che pescavano decine e decine di chili di pesce con lenze e palangari. Infine lo spettacolo delle pescherie dove cernie di mezzo chilo stanno sul banco insieme a saraghi di 300 grammi. Cosa succederà fra dieci anni?

  12. Salve a tutti.
    Non sono un esperto, ne di pesca ne di ecologia. Sono un pescatore (non professionista), pesco in apnea, con la canna e con la lenza. Pesco in apnea da soli quattro anni e superati i primi “errori” da principiante sono sicuro di pescare in maniera sostenibile cioè, rispetto le regole basi di una pesca eticamente corretta: sparo solo prede che sono sicuro di colpire e non di ferire inutilmente (anche se ahimè capita); rispetto le taglie e le quantità di pescato concessomi e così via…
    Insomma penso di essere uno come tanti di voi, probabilmente, anzi, sicuramente solamente meno esperto.
    Ebbene voglio entrare nel dibattito non sicuramente per “portare del pepe” ma per portare a voi un solo dato con la preghiera che questo dato, così importante, sia dibattuto in maniera costruttiva e non di parte.
    Il dato è questo:
    nel tratto di costa in cui vivo una parte è AMP e una parte no, la parte rientrante nell’AMP è un’acquario con tanti pesci, la restante, spesso, quasi sempre, un vero deserto. Questo è stato constatato dagli occhi di chi scrive ed è stato confermato da alcuni “conterranei”.
    Ora,
    fermo restando che concordo con quanto da voi scritto in precedenza,
    vorrei conoscere la vostra opinione in merito.

    cordiali saluti
    Gianfranco

  13. Gianfranco, senza nessuna polemica e con tutto il rispetto. Penso (come molti altri pescatori molto più esperti di me pensano) che il tratto di AMP “protetto” di cui parli sia uno specchietto per le allodole e lo penso per vari motivi. In primis la maggiore presenza di pesce è in gran parte illusoria. Nella AMP c’è pesce “pasturato” dai Diving e quindi ha cambiato abitudini, mentre altrove si comporta in modo naturale ed è, quindi, schivo e cerca di occultarsi. Come seconda cosa il fatto di tenere piccole zone con pesce pasturato da “luna park” è contronatura ed anzi a me personalemnte fa paura in quanto mi prospetta già il mondo futuro in cui la natura sarà probabilmente ridotta a questo…. cioè ad una specie di delfinario di animali pasturati che fanno il loro “numero da circo”. Come terza cosa il risultato della zona protetta/luna park è che pochi animali grandi (non nati nel parco ma spesso nati prima dell’istituzione del parco) colonizzano questo posto del “bengodi” dove vengono pasturati e contribuiscono a desertificare le località vicine.
    Direi che hai detto bene tu: “è un acquario”. E se vai a Genova vedrai cos’è un acquario. Un acquario è un Lager dove si imprigionano i pesci. Un ghetto dove i pesci sono come i bisonti americani evsi avviano a restare in poche mandrie/branchi pasturati dentro ad alcuni parchi a tema…. e noi come gli indiani a vendere souvenir. Il mare non si salva con questi giochetti di prestigio. O si salva dando un taglio alle cose che davvero lo distruggono oppure non si salva…

  14. salve a tutti sono un siciliano e pesco nello specchio d acqua di trabia/san nicola l arena o da terra o in gommone per moti mesi estivi.vedere un solo pesce è sempre piu una rarità esco intere mattinate per portare se va bene 2 pesci a casa.mi ricordo circa 4 anni fà era tutto diverso ero meno esperto di adesso ma riuscivo a catturare piu prede.il mio discorso consiste nel cercare di bloccare qualsiasi tipo di pesca e attivita marina per circa 2 anni.es.da aspra a trabia.da trabia a pollina e cosi via per tutta la sicilia a rotazione .forse vi sembro un pazzo ma bisogna fare qual cosa per salvare il futuro del mare e del nostro amato sport.

      • In Croazia , sino a qualche anno fa , vigeva per la pesca dilettantisstica questa norma di alternare le zone per periodi di un anno. Tutto bene. Però la pesca professionale veniva consentita senza tale limitazione , ed i pescatori professionali hanno inventato tecniche di pesca estremamente invasive e spesso fuorilegge. Questo per dire che si può regolamentare fin che si vuole chi rappresenta l 1 % del prelievo , ma se non si interviene su chi rappresenta il 99% , risultati non se ne vedono . Per non parlare poi degli altriutenti del mare : approcciando al parco dello Zingaro , anche solo per snorkeling , ti accorgi che inizia la zona protetta per quanti più rifiuti trovi s0tt’ acqua! Ma i sub sono brutti e neri ……..

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