La pesca in apnea e il terzo millennio

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Prima di chiederci che cosa sia la pesca in apnea dobbiamo cercare di capire chi o che cosa sia l’uomo, o forse sarebbe meglio dire che cosa ne sia rimasto dell’uomo.

Subito dopo dobbiamo chiederci se la pesca in apnea sia ancora compatibile con le attività svolte dall’uomo moderno e con i sistemi di prelievo e cattura degli animali selvatici operati dall’uomo, e se sia ancora etico oggi cacciare e uccidere altre specie viventi.

Che la comparsa dell’uomo sulla terra non sia stato un bene per tutte le altre forme di vita animali e vegetali presenti, lo capiamo anche da soli. L’uomo si è evoluto dapprima seguendo le regole naturali, raccogliendo frutti e radici, cacciando e pescando per il proprio fabbisogno, poi con lo sviluppo della sua manualità e delle capacità cerebrali  ha cominciato a differenziarsi dalle altre specie, modificando l’ambiente a suo piacimento, ha perduto quella sorta di legame e di rispetto verso quello che lo circonda credendo di essere il dominatore di tutto, mentre resta solo lo scemo del villaggio.

Molte persone criticano i cacciatori e quindi anche noi che cacciamo sott’acqua, considerandoci dei bruti senza umanità che uccidono animali indifesi senza pietà e senza motivo. Vorrei però dire a questi nostri detrattori che se l’uomo si è evoluto dalle scimmie è sceso dagli alberi, ha acquisito la posizione eretta, ha accresciuto le sue capacità cerebrali, migliorato il linguaggio, in buona parte lo deve proprio al fatto di essere passato da mangiatore di frutta a consumatore di carne e quindi predatore, (altrimenti saremmo ancora sopra gli alberi a spidocchiarci a vicenda ).

La caccia e quindi la predazione sono un passaggio evolutivo fondamentale nella storia dell’uomo e sono  soprattutto delle attività  comuni in natura. E’ una regola fondamentale che la natura ha creato per mantenere l’equilibrio tra le specie animali. Troviamo organismi predatori già nei protozoi e nelle amebe che sono organismi unicellulari. Predatori ci sono anche tra pesci, rettili, anfibi e mammiferi, addirittura anche nel regno vegetale ci sono piante che si nutrono di insetti. Non ha senso criticare la caccia in se, bisogna invece criticare l’uso che l’uomo fa della caccia. La caccia deve avere uno scopo altrimenti non è giustificabile, si caccia per mangiare la preda che si è catturata e non per il solo piacere di ucciderla, si caccia solo quello di cui si ha bisogno, nulla di più.

Con la crescita della popolazione e lo sviluppo delle aggregazioni sociali si sono cominciati a creare i primi disequilibri tra quello che si produceva e quello di cui si aveva realmente bisogno. Le nuove scoperte tecnologiche e la necessità di vivere in ambienti più confortevoli e soprattutto l’aggregazione sociale hanno costretto l’uomo ad abbandonare l’ambiente naturale per costruire quelle strutture artificiali nelle quali oggi viviamo. La cosa più drammatica però è che l’uomo ha trasformato il suo comportamento e il suo modo di porsi verso quell’ambiente in cui era profondamente adattato. Paradossalmente tutto il nostro fittizio benessere ci costringe a essere schiacciati da necessità e bisogni di cui potremmo sicuramente fare a meno ma che ci costringono ad una vita sempre di corsa, fatta di relazioni con le persone e con l’ambiente sempre più fuggevoli.

Non abbiamo cioè più nessun motivo per interfacciarci con l’ambiente naturale tranne se non per quei pochi momenti di svago che ci regaliamo quando facciamo le gite nei boschi  in montagna o al mare. La maggior parte dei giovani trascorre il proprio tempo in spazi chiusi facendo sempre meno attività fisica all’aria aperta, mangia cibo confezionato, beve alcool, fuma e…..  Molti bambini credono che le bistecche nascano nei fast food e che i pesci abbiano la forma del bastoncino “findus”. Oggi tutto si fa dentro casa, si lavora seduti al computer, si corre sul tappetino magnetico o su biciclette che non hanno ruote, ci si sposta in macchina anche solo per fare poche centinaia di metri.

Insomma non abbiamo più bisogno della natura.

Cementifichiamo sempre di più, disboschiamo e inquiniamo aria e acqua senza ritegno, togliamo gli habitat vitali alle altre creature tanto ormai la nostra vita si svolge al di fuori di tutti gli schemi naturali.

Che cosa ci è rimasto di quelle caratteristiche istintive che si sono sviluppate in migliaia di anni di evoluzione? che cosa mantiene nel nuovo millennio la possibilità di sviluppare legami con il mondo naturale, di rimanere ancora uomini e non numeri e macchine asociali? Cari amici vi sembrerà una follia, ma se ci ragionate bene capirete; siamo rimasti noi, i Pescatori in Apnea.

Quindi se vogliamo dare una risposta alla domanda: serve oggi la pesca in apnea? La risposta è: altro che se serve.

Che cosa è oggi la pesca in apnea se non il tentativo dell’uomo di mantenere il contatto con l’ambiente naturale che sempre più ci viene negato?

Il pescatore in apnea prima di sentire la necessità di catturare il pesce sente il bisogno impellente di entrare in quell’ambiente così innaturale per gli altri ma nel quale egli si sente a proprio agio, egli deve smettere di respirare (elemento fondamentale per mantenere la propria vita ) pur di varcare quell’ambiente che teoricamente non gli appartiene. Non è forse il pescatore in apnea che pur di riuscire a catturare qualche pesce si sottopone a duri allenamenti, conduce una vita sana ed equilibrata, è disposto a percorrere centinaia di chilometri prima di immergersi in posti nuovi. Non è forse il pescatore in apnea che per catturare le prede deve scendere nel loro habitat, deve capire il comportamento del pesce, studiarne le abitudini e i luoghi e i periodi dove trovarlo; deve elaborare strategie di cattura, modificare le sue attrezzature in funzione della tipologia di cattura, integrarsi cioè sia con l’ambiente che con le creature con le quali viene a contatto, ma soprattutto deve possedere quel qualcosa in più che non tutti gli uomini e non tutti i pescatori hanno, sto parlando dell’istinto del predatore.

Cercherò di spiegarlo con un esempio.

Ho avuto la fortuna durante la mia carriera agonistica di incontrare tanti campioni della pesca in apnea, molti avevano notevoli capacità fisiche, possedevano lunghe apnee, potevano pescare a profondità notevoli, ma non tutti riuscivano a trovare il punto giusto dove il pesce sarebbe sempre rimasto. Durante la preparazione di una gara alcuni ci mettevano giorni e giorni di preparazione per altri invece bastava qualche ora di passeggiata a paperino. E quando gli chiedevo ma come hai fatto a capire la direzione da seguire, come hai fatto a finire in quel posto, quali particolari osservi  durante la ricerca, la risposta era sempre la stessa “ ho seguito l’istinto “.

L’istinto del predatore è qualcosa che si acquisisce geneticamente, viene tramandato alla discendenza uomo o donna che sia e soprattutto lo si può affinare con l’esperienza ma chi non c’è l’ha non può acquisirlo. Questo istinto unito a caratteristiche fisiche fuori dal comune e all’amore per il mare, amore profondo e senza compromessi ricolloca e ridà  quel posto nella natura che l’uomo sta perdendo. Queste caratteristiche naturali, questo sesto senso, si vanno perdendo nelle generazioni future e l’uomo moderno ritengo non sia migliore dei suoi antenati solo perché veste abiti confezionati, viaggia su auto di lusso, e vive in case molto confortevoli. Egli ha perduto la voglia di confrontarsi con quello che lo circonda  scegliendo di vivere in ambienti artificiali. Oggi l’uomo non sa più quale sia il suo posto su questo pianeta.

Allora cari amici che cosa è la pesca in apnea?

È un passatempo dell’uomo? E’ uno sport ? È una filosofia o uno stile di vita? E’ una forma di via di fuga dalla realtà che ci circonda e nella quale ci sentiamo dei disadattati? E un modo di sentirsi più in gamba degli altri perché si riesce a fare delle cose che non tutti possono fare?

Non so darvi una risposta certa, ma posso solo dirvi che cosa sia per me la pesca in apnea. Ho iniziato a pescare in apnea quando ancora non sapevo nuotare, avevo circa 6 anni mi è bastato aprire gli occhi senza maschera dentro una piscina semi-naturale di acqua di mare, che aveva dei buchi dai quali i pesci potevano passare direttamente dal mare aperto alla vasca, e vedere quelle strane ombre che si muovevano attorno a me, per diventare pescatore in apnea;  in quella vasca sono stato salvato dall’annegamento da una signora che mi ha riportato a riva perché avevo perso l’appoggio dei piedi e non sapevo stare a galla da solo. Da quel giorno trascorrevo le mie vacanze estive con maschera  tubo e fucilino a molla, non sapevo il perché ma sentivo la necessità di catturare i pesci, mi trascinavo con i piedi in un metro e mezzo d’acqua inseguendo mormore e sogliolette dalla superficie, quando non riuscivo a toccare con i piedi tornavo più a riva.

A otto anni  finalmente ho imparato a nuotare da solo, ogni tentativo da parte di mio padre di insegnarmi a nuotare fino ad all’ora era stato vano. Inseguendo i pesci sempre in quello strano modo mi accorsi che riuscivo a stare a galla. Il libro sulle tecniche della pesca in apnea ideato da Olski e Ripa mi permise di affinare quelle tecniche che già istintivamente avevo imparato da solo. Ho iniziato a frequentare un circolo di pescatori in apnea che non avevo ancora 18 anni e pur non avendo avuto un vero maestro, ho cercato di sfruttare la mia curiosità innata e la mia voglia di imparare osservando tanti abili pescatori direttamente in azione. Ho trascorso gran parte della mia vita sempre e solo sott’acqua, come pescatore dilettante e come agonista. Non mi sono mai trovato a mio agio sulla terra ferma in mezzo alle persone, aspettavo le grandi mareggiate per poter pescare in agguato da solo senza nessuno che mi rompesse le scatole e ho sempre dovuto lottare tra l’istinto di vivere di mare e di  pesca in apnea e quello di realizzarmi invece come persona, come professionista nel mondo, di avere insomma una vita normale sulla terra ferma.

Alla fine vivo “purtroppo“ del mio lavoro di biologo, ho una splendida famiglia ma oggi dopo aver superato i quarant’anni rimpiango tutti quei momenti di libertà passati alla ricerca di qualche splendido pesce nei mari in giro per l’Italia, rimpiango la libertà di poter decidere dove e quando andare a pescare, ma soprattutto rimpiango il fatto di non essere riuscito a spiegare alle persone che mi vivono intorno perché mentre loro se ne stanno rintanate in casa nei momenti di brutto tempo io mi ritrovo a vagare in cerca di un posto dove potermi immergere. Oggi mi immergo quasi regolarmente almeno una volta la settimana ma se per vari motivi devo stare lontano dal mare comincio a diventare irascibile e intrattabile. Mi sento realizzato solo quando sono sballottato tra le onde, cullato dal massaggio del mare immerso in quella pace turbata solo dal magico suono che le onde producono quando si frangono sugli scogli, o dai richiami dei gabbiani che ti sfiorano mentre nuoti in superficie.

Riuscire a catturare un pesce per me ha avuto sempre un valore particolare non quantificabile nel valore economico dello stesso (premetto che mi sono mantenuto agli studi universitari vendendo il pesce che pescavo, non ho mai voluto dipendere economicamente dai miei genitori, ma non ho mai ucciso il pesce solo perché dovevo venderlo, e non rinnegherò mai tali fatti, uccidere solo per guadagnare non mi ha mai appagato ma vivere dei frutti della mia passione e soprattutto riuscire a far mangiare il pesce appena pescato da me ai miei figli mi da una soddisfazione e un appagamento innaturale) ma un valore che viene dal fatto di riuscire a catturare un essere perfettamente adattato nel suo ambiente, capace di mettere in atto tutte quelle strategie difensive atte a difendersi dal predatore uomo che seppur non perfettamente adattato a quello stesso ambiente riesce lo ugualmente a catturarlo.  Solo così infatti ti senti di far parte di quel mondo così meraviglioso. Predatori si nasce e non si diventa, ricordatevelo quando cercherete di spiegare alle vostre fidanzate, mogli, amici, figli che cosa siete.

Ora che vi ho tediato con la breve storia della mia vita vorrei rispondere alla domanda: la pesca in apnea ha una compatibilità con le forme di prelievo che l’uomo opera nell’ambiente?

La risposta è che la pesca in apnea è l’unica forma di prelievo eco-compatibile con l’ambiente e con le creature che lo abitano, il pescatore in apnea è quello che, o i pesci li prende in apnea o per lui possono vivere mille anni, è una persona che vive di mare e per il mare, porta con se le migliori qualità dell’uomo perché è un ambientalista convinto in quanto non potrebbe mai immergersi in un mare inquinato o privo di vita, è rispettoso dell’ambiente che frequenta (ho salvato tante di quelle tartarughe marine, liberato tanti di quei granchi e altri piccoli organismi da reti abbandonate, ho raccolto tanti di quei sacchetti di plastica, reti aggrovigliate, ho persino recuperato una rete a strascico gettata in mare da un peschereccio che avvicinato da una motovedetta si era liberato dell’attrezzo perché strascicava sotto costa e quindi fuori legge ), da poter meritare una medaglia e  sono convinto che anche voi potreste raccontarmi tante di queste storie simili.

Il pescatore in apnea preleva solo quello che gli piace, in proporzione alla propria bravura e soprattutto sviluppa nel tempo un amore e un rispetto verso quelle creature che egli tanto ambisce di catturare tanto che, dopo  la cattura di un pesce veramente difficile potrebbe smettere di pescare in quanto le catture successive per quanto pregiate gli darebbero soddisfazioni molto limitate. La cosa più importante è che chi pesca in apnea opera verso la preda una forma di selezione naturale che comporta un miglioramento delle caratteristiche sia del pescatore sia  nelle specie che esso caccia.

Non esistono forme di prelievo come la pesca in apnea in quanto la preda (il pesce) impara a difendersi dall’uomo, impara a non avvicinarsi all’uomo immerso, impara a nascondersi in tane inaccessibili e quindi a scegliere la tana giusta e soprattutto trasferisce queste informazioni alla propria discendenza, impara ad abitare fondali dove l’uomo non va a guardare, considera l’uomo come una strana creatura marina potenzialmente pericolosa, mentre il predatore (l’uomo) per poter catturare il pesce deve elaborare sempre più strategie raffinate per potersi avvicinare e catturare la propria preda, si crea così un sistema competitivo che giova sia all’uomo che ai pesci.

I pesci possono difendersi dal pescatore in apnea.

Le altre forme di cattura invece oltre a non essere per niente selettive non permettono alle varie specie di adattarsi al sistema di cattura stesso. Ricordiamoci che lo strascico, il cianciolo, i lunghi palangari con chilometri di ami, le reti invisibili non sono riconosciuti come pericoli immediati e non vengono assimilati dai pesci che continuano a cadere in queste trappole mortali. Tutti voi avete sentito parlare delle nuove forme di pesca con la canna, bè vi garantisco che i pesci prelevati con questi sistemi che sono veramente micidiali, molto ci metteranno prima di capire che queste esche cadute dal cielo non devono essere attaccate..

Il pescatore in apnea è un grande etologista, cioè conosce il comportamento delle sue prede e gli ambienti dove vivono. La pesca in apnea andrebbe insegnata ai giovani che acquisirebbero fiducia nei propri mezzi, imparerebbero meglio a conoscere se stessi e imparerebbero ad amare e rispettare di più l’ambiente e a vivere con più serenità i pericoli che la società moderna gli propone.

In conclusione amici non sentitevi mai in colpa se qualcuno un giorno dovesse attribuirvi dei difetti che non abbiamo, noi siamo ancora adattati al nostro mondo e viviamo secondo le leggi che la natura ha imposto a questo pianeta e che ci ha insegnato, gli altri no.

Un caro saluto a tutti quelli che difendono contro gli ottusi la nostra passione per il mare.

NB: Il motto del  Ci. Ca. Sub Catania circolo nel quale mi onoro di essere cresciuto è: “Pelagus Amo Quod Patria liberorum est “ (Virgilio) credo che si traduca da solo, vi garantisco che non vuol dire ammazziamo tutti i pesci del mare.

Giovanni Mangano



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12 Commenti a “La pesca in apnea e il terzo millennio”

  1. Andrea P. scrive:

    Articolo divino…. Giovanni un grande atleta, un grande pescatore in apnea, un grande uomo.

  2. Lore scrive:

    Si, assolutamente eccezionale, utilizzeremo parte dell’articolo come manifesto del sito! Tutti devono leggerlo!

  3. gas scrive:

    Sono daccordo su tutto. Siate daccordo con me però che quando chi non è pescasub, vede che si fanno gare e chi ne fa fuori di più, tutto questo discorso diventa poco credibile…

  4. gas scrive:

    ….e il fatto che diventa poco crdibile è un peccato perchè, come già detto, concordo su tutto.

  5. Fabio B scrive:

    Se le gare si facessero veramente e solamente a chi ne fa fuori di più, si. Ma siccome le gare si fanno anche a chi li prende da un certo peso in su, a chi li prende più grossi e a chi li prende più variegati-difficili-pregiati, ne consegue che le gare tracciano una via e sono la copertina ideale di uno sport che, in chiave moderna, si basa su un importante caposaldo: la selettività del prelievo, ossia ciò che rende la pesca in apnea la forma di prelievo potenzialmente più ecocompatibile tra le numerosissime esistenti.

  6. giovanni mangano scrive:

    Caro gas vorrei ricordarti che quando si fa una gara di pesca in apnea adalto livello l’agonista ha quattro ostacoli: l’ambiente esterno , il pesce, gli altri concorrenti e soprattutto se stesso, due in più rispetto a tutti gli altri tipi di sport agonistici. In una gara di pesca si possono prendere solo determinate specie in un numero limitato di esemplari e in orari e luoghi determinati. Non solo, la federazione ( FIPSAS ) negli anni ha modificato il regolamento proprio per renderlo sempre più ecologico, fino ad arrivare al Campionato ecologico ideato da Scarpati e disputato l’anno scorso in Puglia, dove si potevano prendere solo due pesci per specie. Posso garantirti che lo spirito agonistico, le catture e il divertimento non sono mancati . Vedere alla premiazione un commosso Scarpati che premiava i primi classificati è un’ emozione che non ha eguali, sono sicuro comunque che ci sarà stato sempre qualcuno che si è lamentato . Facciamo vedere le foto dei pescherecci che scaricano a mare i resti di ore di strascico, o il risultato di una battuta fortunata di pesca al cianciolo e paragoniamoli ai migliori carnieri del campionato del mondo di pesca in apnea, resta solo da ridere. Ha volevo ricordarti che il pesce pescato in una gara viene mangiato tutto, non si butta via proprio ninete.

  7. rosario lopis scrive:

    giovanni sei un grande ….

  8. gas scrive:

    Giovanni, da come hai descritto le gare si capisce che non è solo una gara a uccidere di più, il problema è chi ci vede da fuori; secondo me visti i tempi, le gare non giovano all’immagine della pescasub.
    La pesca sub oggi fa da capro espiatorio alla devastazione dei mari, dovuta, come hai detto tu, a tutt’alro motivo (pescherecci vari).
    La mia non voleva essere una polemica ma volevo solo esprimere il mio parere.
    Se non sbaglio in Francia sono già state vietate, correggetemi se sbaglio.

  9. Fabio B scrive:

    Chi ci vede da fuori e non ama le gare di pesca subacquea, non ama nemmeno quelli che amazzano i pesci per diletto…
    Agli occhi di certa gente, un pescatore subacqueo che parla di rispetto per l’ambiente non è credibile in quanto “ammazzapesci”, a prescindere dal fatto che possa o meno essere un agonista…
    Purtroppo, invece, può capitare che pescatori subacquei agonisti non piacciano ad altri non agonisti, ma in questo caso le regioni “ambientali” non c’entrano niente…

  10. Andrea Leti scrive:

    Congratulazioni a Giovanni Mangano per la cura e la passione che trasmette in questo articolo!

  11. Antonio scrive:

    Caro Giovanni. Ho letto il tuo eccellente articolo, un condensato di autentica passione per il mare. Condivido pienamente tutto ciò che hai scritto,cui vorrei fare soltanto una piccola aggiunta indirizzata a tutti coloro pensano che noi si cerchi soltanto di uccidere pesci. Per me, il momento più bello è quando riesci a portare a tiro una preda, degna di questo nome. Quello che più conta è la capacità e la tecnica di avvicinamento ad un pinnuto che può sfuggirti in mezzo secondo, essere riuscito ad approcciare o farti avvicinare da un bel pesce. Dopo: lo sparo. la cattura è ovvio che contino, ma un pò meno. In ultimo, molti giovani hanno perso la vita per vivere la passione di questo sport affascinante e tutti noi, consapevolmente o no, perseveriamo nel rischiarla. Credo ci meritiamo almeno un pò di rispetto!

  12. Matteo Pisu scrive:

    Complimenti per l’articolo che condivido pienamente.
    Spero di avere occasione di inviarlo a qualcuno dei politici per i quali siamo spesso “una specie criminale” da combattere ed emarginare.
    Purtroppo chi fa le leggi deve sempre difendere l’interesse di grandi gruppi di pressione e noi della pesca sub, bisogna ricordarlo, siamo un gruppetto piuttosto esiguo. Molto piccolo rispetto a tutti gli altri che ci danno addosso, come ad esempio i pescatori professionisti, gli ambientalisti e di recente anche una categoria in forte espansione: quella degli invidiosi! Espansione sicuramente favorita dal prezzo ormai stratosferico che ha raggiunto il prezzo del pesce fresco nel mercato.
    Non è negabile che negli ultimi 30 anni, nelle nostre coste, il pesce è diminuito notevolmente: io ho cinquantanni e mi ricordo bene come era il nostro mare. Mi ricordo anche, nel perido del boom del turismo, negli anni 70-80, che molti criminali ( e questi erano dei veri criminali) pescavano con le bombe, procurando all’ambiente dei danni irreparabili. Ma loro erano quasi giustificati, lo facevano per dar da mangiare alla loro famiglia, e ancora oggi i pescatori professionisti, anche con dei metodi da sterminio, sono sempre giustificati … noi no.