Questo articolo (come altri a seguire) fa parte di una serie di “speciali” di E-training. Nell’articolo che segue, il forte atleta laziale Daniele Colangeli ci darà una visione a 360 gradi su uno dei fondali più ricorrenti nella pesca in apnea, soprattutto nei nostri mari, il grotto.
- “Finalmente arriva l’acqua chiara: è così che si può tradurre con efficacia la migliore condizione di pesca in apnea di chi si accinge a frequentare quei fondali tufacei misti a posidonia chiamati comunemente “grotto“.
Composto da tavolati monotoni, intervallati da chiazze di sabbia e praterie di posidonia, questo fondale si offre al pescatore in apnea regalando grandi opportunità a chi sia in grado di coglierne le minuziose sfaccettature.
Frequentandolo da circa venti anni, ho maturato una discreta esperienza nell’affrotare le mutevoli condizioni che presenta la pesca in questi luoghi e adesso proverò a dare alcune indicazioni che spero vi siano utili.
La condizione primaria da individure prima di scegliere un luogo riguarda la visibilità in acqua, infatti grazie alla limpidezza che troveremo sarà possibile adottare una tecnica rispetto ad un altra. E’ ovvio che quando parlo di visibilità l’argomento è soggettivo a seconda dei luoghi, se parliamo di grotto in Sardegna dove il fondale più interessante si trova oltre i dieci metri e il tufo tende ad alzarsi anche di due tre metri come nella costa occidentale la limpidezza come è frequente deve essere superiore ai quindici metri di visibilità.
Nel caso del grotto basso Laziale avere anche dieci metri di buona visibilità già è da considerarsi come una grossa opportunità da sfruttare.
Mi soffermo sulla visibilità dell’acqua perchè la tecnica di pesca più indicata da adottare consiste nel sorvolare il tavolato mantenendo quel cono di visuale che consenta la massima percezione di possibili prede. Come un’aquila sorvola la prateria con occhio attento alla ricerca del capretto, il pescatore deve cogliere quegli indizi dove “chiudere” la discesa.
Durante la planata si deve trovare la giusta altezza rispetto al fondale: nè troppo rasente per non perdere visuale nè troppo alta per non perdere dettagli. La caratteristica principale un pò in tutti i tipi di pesca e in vari tipi di fondale riguarda proprio la capacità di osservare cogliere dettagli ed elaborare una rapida strategia.
Queste caretteristiche nell’abile frequentatore del grotto, devono acuirsi ed essere sempre messe in discussione.
La capacità di capire quali venti schiariscono l’acqua in superficie e quale corrente spazza dal perenne fumo quel ciglio frequentato dalle grosse corvine devono essere considerate come degli elementi indispesabili al pari dell’attrezzatura da pesca e della preparazione atletica.
Le prede catturabili sono in prevalenza saraghi, corvine, orate, cernie ma anche dentici e ricciole nonchè palamite e barracuda e spigole.
In relazione alle stagioni al luogo e alle condizioni meteo è possibile modulare le tecniche e la tattiche più idonee per sfruttare le situazioni che si presentano.
Oltre alla pesca a “vista” precedentemente citata in condizioni di visibilità precaria è possibile alternare degli aspetti alternati a percorsi sul fondo mirati ad individuare potenziali prede.
Purtroppo, spesso le doti del miglior alchimista a volte non si rivelano esatte e di conseguenza, tecniche considerate non appropriate per la pesca nel grotto come l’aspetto possono diventare delle armi da poter sfoderare nelle condizioni più difficili.
Convivendo da sempre con il problema della scarsa visibilità e pescando per l’ottanta percento del mio tempo su fondali tufacei ho imparato a sfruttare tutte le uscite utilizzando un misto di tecniche unite ad una tattica accuratamente pianificata.
Ho sempre prestato molta attenzione al movimeno della mangianza, d’altronde non credo che qualunque predatore acquatico possa disdegnare questo particolare. Di conseguenza, quando non trovo le condizioni ideali di visibilità che mi consentono di pescare a vista o visitare qualche bel segnale, mi dedico alla ricerca della mangianza che più mi “ispira”.
Con il tempo ho imparato che non tutte sono uguali e soprattutto se non presentano un certo grado di motilità non insisto più di tanto.
Quella che comunemente viene definita mangianza è un agglomerato di pescetti che fa da contorno ad una porzione di fondale che sia un pianoro o in ciglio. Può essere composta da castagnole boghe alici. La caratteristica che mi interessa come ho detto è la varia concentrazione di una specie rispetto ad un altra o di alici o di castagnole e appunto il grado di motilità.
Ovvero il movimento che compie in prossimità del fondale e verso l’alto nonchè la sua stazionalità in un luogo ben preciso. Nel grotto come nel granito le correnti generano delle fonti di vita e di nutrimento che marcano la presenza di luoghi interessanti.
Spesso a diversi orari del giorno e in stagioni e a profondità diverse. Se si ha l’accortezza di memorizzare e apputare le varie situazioni e la pazienza di verificarle, con il tempo si può disporre di un patrimonio ben più ricco di qualiasi tana di pesce bianco.
Grazie alla sua versatilità la pesca all’aspetto ci consentirà di capire se una zona è frequentata da pesci di passo che erroneamente non vengono assimilati a questo tipo di fondale. All’occorrenza può aiutare a vedere in lontananza un riparo di corvine oppure individuare dei saraghi che con il tempo hanno perso la voglia di intanarsi.”
Daniele Colangeli
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Tag: cernia, corvine, Daniele Colangeli, dentici, e-Training, grotto, grotto laziale, pesca all'aspetto, pesca in apnea, pesca sub, pesca sul grotto, planata, saraghi





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Bell’articolo Daniè complimenti !!
Bravo Daniele!
Ottimo articolo, w il grotto!
Come sempre: Bravo!
ottimo articolo! anche io pesco nel grotto laziale, e ho riscontrato molto di quello che hai detto, soprattuto il fatto di conoscere i venti per capire la visibilità dell’acqua!
Ho letto l’articolo, immaginando il fondo della sardegna, che un po’ conosco, ho fatto immersioni a punta coda di cavallo…Ma le mie pescate sono nel grotto, in mare brasiliano ed il primo inconveniente che si presenta in tale pesca, è l’impossibilita’ di tenere il pesce appeso da qualche parte:pallone, boa ..visto il continuo entrare ed uscire da grotte ed antri sottomarini..!..cosi’ con il pesce appeso addosso, alcune volte si incorre in inconvenienti..Barracuda che seguono la scia del pesce..e quando affamati si avventano sul pesce appeso…e capita che talvolta strisciando passi proprio vicini alla tana di una signora murena, di grossezza non indifferente, che ti addenta il pesce..senza nessuna intenzione d imollare la presa..!..Ma la pesca nel grotto è affascinante..ogni buco, puo’ nascondere una sorpresa..e poi quando esci dalla tana, ti puo’ sempre capitare di toppare una sarda che passava proprio di li….Ciao.
Grande Daniele!!
Ma le foto…sono state messe apposta dal più piccolo al più grande???