
Leonardo Cagnolati è nato a Roma il 23 Dicembre del 1969. Atleta del Team Omer è conosciuto oltre ai prestigiosi risultati agonistici per le sue innate doti di predatore con un forte istinto che lo ha consacrato come uno dei migliori cacciatori di cinghiale nel territorio nazionale. Anche come pescatore in apnea ha dimostrato ampiamente le sue caratteristiche.
Ha vinto l’assoluto di pesca in apnea a Terrasini nel 2007 sfruttando proprio l’istinto. Mentre gli altri passavano da un segnale all’altro raccogliendo solo delusioni, è stato il primo ad intuire che bisognava cercare nel fitto del grotto in mezzo alla confusione e così ha realizzato i carnieri vincenti.
Leonardo, nella caccia come nella pesca, quanto è importante l’istinto?
L’istinto è la qualità più importante in un predatore. Tutto il resto si può imparare, migliorare con l’esperienza e la conoscenza, ma l’istinto è un elemento che deve scorrere nel sangue. Basta guardare una cucciolata di cani da caccia, ci sono cuccioli che a 2 mesi inseguono e cacciano, altri che pensano solo a mangiare e dormire e devono essere “addestrati” verso la caccia.
Viene prima di altri fattori? Ad esempio di una lunga apnea?
Guardando il mondo agonistico, ci sono alcuni atleti fortissimi come apnea ma non hanno mai vinto niente. Tra quelli che invece mi hanno colpito di più per l’istinto sviluppato metterei De Silvestri e Praiola. Poi ci sono anche altri atleti ugualmente bravi, ma che hanno doti diverse per eccellere.
Si può migliorare l’istinto?
Non credo si possa migliorare, possiamo diventare dei predatori più efficaci facendo tesoro di tutte le esperienze che ci
capitano mentre peschiamo o cacciamo.E’ proprio l’istinto che renderà i nostri sensi più attenti e ci farà cogliere ogni sfumatura. Probabilmente si sviluppa insieme all’esperienza.
Il pesce avverte maggiormente la nostra presenza?
Avverte molto bene la nostra presenza, lo sanno bene gli amanti dell’aspetto che sfruttano a proprio favore questa dote dei pesci. Si deve sfruttare proprio questa caratteristica dei pesci. Bisogna immedesimarsi nelle prede, pensare come loro, vivere le stesse sensazioni e anticipare le loro mosse.

Raccontaci un episodio significativo sull’istinto che ti ha agevolato in gara.
Ad una selettiva stavo pescando nel grotto in mezzo ad altri atleti. Avevano tutti il fucile corto con la fiocina, io avevo il 75. Ho atteso che fossero tutti in superficie e sono sceso a fare l’aspetto, una scelta “alternativa” che però mi ha fatto prendere un grosso sarago che è uscito allo scoperto forse incuriosito dal mio differente atteggiamento.
Sempre nella stessa gara mentre tutti scorrevano lungo la parete, io sono andato a vedere un’insenatura insignificante.
In soli 50 centimetri d’acqua ho trovato un crepa dove per infilarmi dentro mi sono tolto le pinne. Ci ho preso una mostella di 1Kg dove probabilmente nessuno avrebbe guardato. E’ una gara che ricordo con piacere perché oltre al risultato, è stato proprio l’istinto a farmi fare alcune scelte vincenti.
Chi meglio di Leonardo poteva raccontarci quale linea sottile passa tra una preda ed un predatore?
Ecco dunque un racconto sull’istinto dal diario di caccia di Leoanardo Cagnolati:
ISTINTO E DESTINO
Proprio mentre accendevo il motore della macchina il vecchio cinghiale saltava la cessa dell’acquedotto per entrare nella riserva dei Murali. Mentre io ero al lavoro lui aveva passato la giornata sonnecchiando nella sua macchia. Ogni tanto alzava un orecchio per ascoltare i cani che battevano nella valle. Le fucilate dei braccali non lo turbavano più di tanto, erano lontane e poi lui in tutti questi anni aveva imparato a diffidare dei silenzi. Proprio nel silenzio, c’era il vero pericolo, c’era l’agguato perfetto. Erano nove anni che viveva in quella zona e almeno una decina di volte si era ritrovato circondato dai cacciatori. I cacciatori esagerano sempre, ma adesso era diventato davvero più di un quintale. Anche i cani che erano attirati dal suo forte afrore, non appena vedevano la sua mole e le lunghe sciabole, facevano finta di niente ed andavano a cercare un animale più comodo…
I più temerari abbozzavano qualche timido abbaio finché lui non si alzava e caricava senza rispetto.
Non portavo fuori Pezzetto da una settimana. Ogni mattina che aprivo la porta di casa veniva a controllare il mio abbigliamento. Gli bastava dare un’occhiata ai piedi per capire se sarebbe stata la sua giornata.
Sceso dalla macchina l’avevo visto uscire dalla cuccia euforico. Andai a preparare i il fucile e sei cartucce a palla. Improvvisamente cominciai a pensare che mentre mi stavo preparando, nello stesso momento il vecchio cinghiale si stava lentamente avvicinando a me. Una strana sensazione mi rapiva.
Caricai Pezzetto in macchina e mi avviai senza dire una parola. Non avevo ancora deciso dove andare. Scelgo sempre pensando alla preda e dove potrei incontrarla, una sensazione che somiglia ad una visione dell’immediato futuro.
Il vecchio cinghiale si svegliò di colpo e rimase ad ascoltare. Non poteva sentire la mia macchina, ero ancora troppo lontano, ma anche lui aveva uno strano presentimento che lo turbava. Più di una volta quello strano presentimento l’aveva salvato. Però era tanto stanco, aveva trovato la scia di una scrofa in calore che l’aveva fatto girare a lungo prima di poter placare tutto il suo ardore. Aveva trotterellato svelto per tre ore per tornare al suo rifugio. Era stanco, ma sapeva che non doveva cedere alla pigrizia, aveva fiducia nel suo istinto che l’aveva sempre salvato. Mentre parcheggiavo lui era già in piedi.
Lasciai andare Pezzetto che partì con la solita decisione, anche lui intuiva già dov’era l’animale. Dopo una lunga traversata, incrociò l’odore dell’animale. Rallentò un attimo, arrotondò l’abbaio, con disappunto trovò solo una lestra calda, ma ormai aveva trovato anche la scia dell’animale. Pezzetto aveva riconosciuto quell’odore acre di vecchio solengo che già una volta lo aveva messo a dura prova. Una carica dietro l’altra mentre si allontanava senza che io potessi mai arrivargli a tiro. L’inseguimento era durato fino a notte inoltrata. Si muoveva come un fantasma. Sembrava che il cane abbaiasse ad uno spirito, solo che ogni tanto lo spirito si reincarnava in un bestione che devastava il bosco. Poi tornava evanescente e spariva senza il minimo rumore.

Salì nel castagneto, saltò la cessa alta e arrivò ai pungitopi. L’odore era così forte che il cane lo seguiva al galoppo, deciso e sicuro sul da farsi. Sapevo comunque che Pezzetto mi avrebbe aspettato abbaiando a fermo. Arrivai dal cane dopo quasi un’ora che l’aveva trovato. Il solito abbaio cadenzato mi aveva guidato nella salita. Ora veniva la parte più emozionante. Vidi subito che la situazione non era per niente facile. Un metro e mezzo di tappeto verde avrebbe nascosto anche un elefante. Appena misi il piede nel fitto Pezzetto smise di abbaiare e venne verso di me, quando mi vide agitò allegramente la coda e tornò dal nemico.
Ora cominciava il gioco mortale fra lui ed il cinghiale. Finora si era tenuto ben lontano da quella linea immaginaria oltre la quale il cinghiale avrebbe caricato. Ora che ero arrivato il cane sapeva che doveva farlo uscire allo scoperto. Pochi centimetri di differenza fra la morte dell’uno o dell’altro. Si doveva avvicinare ma non troppo, gli doveva rimanere il tempo di fuggire nella mia direzione. Il fitto dei pungitopi non lo aiutava di certo a stabilire la giusta distanza. Il cinghiale aveva già calcolato tutto, sapeva che oltre al cane avrebbe trovato anche me. Ero nella giusta direzione e non poteva avventarmi, ma sapeva che ero li. Non badava ai rumori evidenti, ai latrati, erano i silenzi e i fruscii che portavano la morte. Si sarebbe alzato e sarebbe andato via come un fantasma proprio come l’ultima volta.
Ad ogni passo mi aspettavo di veder partire una scia fra i rami. Era una partita a scacchi giocata in tre. Ognuno era libero di fare la sua mossa nel momento che avrebbe ritenuto più opportuno. Il cane aveva messo il piede sulla linea della morte, era teso, pronto alla fuga, ogni muscolo vibrava pronto a scattare. Con la coda dell’occhio controllava la mia posizione senza mai ruotare la testa, sapeva che anche una frazione di secondo di ritardo sarebbe stata fatale. L’animale era ancora sdraiato. Il muso in direzione di fuga, sarebbe andato via con il vento nel naso. L’olfatto gli avrebbe aperto la strada evitando il pericolo. Respiravo piano, come se avesse potuto avvertire anche il battito del mio cuore, il fucile semi imbracciato, il dito già teso sul grilletto.
C’era un piccolo cerro sulla mia sinistra, aveva una biforcazione a non più di due metri da terra. Questa forse non se l’aspettava. Mi spostai lentamente fino al tronco, misi il fucile a tracollo e con le braccia mi issai sul palchetto improvvisato. Incastrai lo scarpone nella forcella dei rami, la spalla sinistra poggiata su un ramo. Traballavo ma sarei riuscito comunque a sparare. Pezzetto aveva seguito il mio spostamento. Continuava ad abbaiare ma non stava più fisso in un punto per provocare la carica. Si spostava a destra e sinistra sempre lontano dalla linea della morte. L’animale aveva sentito lo scricchiolio del ramo ed il rumore della gomma dello scarpone incastrato fra i rami ma non poteva capire che ero salito sull’albero. Era giunto il momento di andare, si alzò senza il minimo rumore ma riuscii a percepire il movimento di uno stelo di pungitopo. Me l’ero immaginato in un altro punto, più a sinistra, probabilmente il vento di tramontana girava leggermente fra le piante e Pezzetto teneva la testa girata rispetto alla reale direzione. Quel piccolo movimento della pianta era tutto quello di cui avevo bisogno. Cominciai a concentrarmi per trovare anche una sola setola che mi desse la giusta direzione.
Il fucile era già spianato. Mosse un attimo la testa verso il cane come per invitarlo all’inseguimento, qualche pelo dell’orecchio usci dal verde, quel tanto da farmi stringere il grilletto. Parti come un treno senza freni. Non ebbi neanche il tempo di tirare la seconda fucilata. Pezzetto non parti subito, si alzo leggermente sulle gambe di dietro per vedere oltre il tappeto verde. Ascoltavo ogni falcata dell’animale pregando di sentirlo rotolare. Andava via dritto troncando ogni pianta che incontrava. Non era lucido, continuava la sua fuga dritta e troppo rumorosa. Era solo l’istinto a farlo correre, il sangue non arrivava più al cervello, gli occhi acquosi non vedevano più nulla.
La palla tonda aveva colpito l’attaccatura della spalla che si era spezzata in due. Metà aveva continuato dritta frantumando l’osso, l’altra meta era schizzata verso l’alto spaccando il cuore. Ad ogni passo sentiva la morte entragli nelle vene al posto del sangue che usciva. Pochi passi di vita ancora. Sapeva che un giorno avrebbe incontrato la morte ma non era ancora pronto, non voleva ancora arrendersi. Nell’ultimo pensiero trovò almeno il conforto di essere morto nel silenzio della sua montagna, senza braccali ad urlare e branchi di cani a rovinare il silenzio di quei luoghi.
IL COMMENTO DI MARCO BARDI:
Anche se si tratta di un racconto di caccia terrestre, non ho potuto fare a meno di coglierne l’anima. Leonardo ha saputo trasmettere l’essenza di ogni azione di caccia e di quell’istinto che associa Prede e Predatori.
Nel particolare voglio evidenziare alcuni momenti:
1. Il predatore riesce a percepire la posizione della preda.
2. Il predatore può intuire i comportamenti della preda.
3. Il predatore riesce a decidere la strategia vincente in un attimo.
4. La preda capisce che c’è il pericolo molto prima di vederlo.
5. I due si incontrano consapevoli del loro destino, ma hanno un grande rispetto l’uno dell’altro.
6. Sia la preda che il predatore si rispettano.
A cura di Marco Bardi
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Tag: caccia, gara pesca, istinto, Leonardo Cagnolati, Marco Bardi, Omer, pesca in apnea, predatore


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Che dire?
E’ sempre un piacere leggere il CAGNOLATI !
Soprattutto per chi certe sensazioni le ha vissute proprio grazie ed insieme a lui.
la caccia terrestre con il fucile e la pesca in apnea hanno in comune il fine a cui sono rivolte (la cattura di una preda) ma si svolgono con regole che le pongono su piani totalmente differenti se non antitetici. Il pescatore in apnea ha lo svantaggio di muoversi in un ambiente a sè fondamendalmente estraneo, l’acqua, nel quale sa che dovrà muoversi con molta attenzione, a rischio della propria incolumità. Per riuscire a catturare una preda dovrà eseguire un vero è proprio gesto atletico al di fuori della portata della maggior parte delle persone comuni. Se riuscirà ad avvicinarsi o a fare avvicinare la preda nel ristretto raggio di azione della sua arma il risultato non sarà comunque scontato considerata la difficoltà nel fare centro con una singola freccia. Non scorderò mai quando per la prima (ed ultima) volta sparai alla posta ad un coniglio prendendolo al primo colpo da grande distanza. La persona che mi aveva ceduto in quell’occasione il fucile non finiva più di complimentarsi. Lui aveva una serie di limitazioni fisiche dovute all’età avanzata ed a patologie varie. Quel coniglio, a quella distanza, in controluce non era riuscito neanche a vederlo. Ricordo invece quanto ho dovuto sudare e quale soddisfazione mi ha dato prendere il mio primo pesce degno di nota e quante volte invece mi è capitato di padellare pescioni a meno di 2 metri di distanza. Sentendo il racconto scritto mi vengono inoltre in mente i mosaici romani visti in Sicilia che raffigurano la caccia al cinghiale con le lance…i nostri antenati, loro si erano veri cacciatori… Mi piace pensare che noi pescatori in apnea gli assomigliamo un pò. A mio parere non dovremmo mai fare similitudini tra la caccia e la pesca in apnea, ma sottolinearne le grandi, fondamentali differenze. Siamo già una categoria bistrattata…non facciamoci del male.
Grande Leo…come sempre!
Grande Leo, avercelo io il tuo istinto!
Bella intervista e mi è piaciuto anche il racconto di caccia e il modo in cui lo hai scritto, spero di rivederti in pista a Follonica per la selettiva e ti “prenoto” per la gara del raduno!
Stefano
Aggiungerei una gran dose di fortuna con la C maiuscola, non si può certo fingere che il Taravana di Gallinucci a Terrasini non gli abbia spianato la strada; e degli ottimi compagni di circolo dispensatori di dritte preziose per raddrizzare una prima giornata disastrosa come a Torre Vado.
Pardon, errata corrige, come alla seconda giornata della semifinale di Cecina.
veramente un gran bel racconto! riguardo a ciò sche scrive mic, da “non” cacciatore mi sento di rispondergli così: è vero che la pescasubacquea e la caccia terrestre sono tecnicamente diverse ma ciò che le accomuna è quello che sta dentro l’uomo che le pratica!
caro “Markus” oltre ad avere l’istinto bisogna anche avere il coraggio di seguirlo, quel coraggio che manca a chi parla a sproposito di fatti che non conosce senza avere il coraggio di mettere nome e cognome…
Come previsto il solito permaloso, ma che avrò detto di male?!
Non è vero che il taravana di Gallinucci è il 70% della tua vittoria?! Certo che lo è come lo sarebbe stato di chiunque altro, con una sola giornata è arrivato ottavo assoluto non lo dimenticare.
Non è vero che la prima giornata di Cecina hai fatto cappotto tanto da chiamare disperato un compagno di circolo che ha dovuto battagliare per costringerti a pescare in 3 mt d’acqua quando non volevi?!
Non è vero che in quella gara hai sbagliato più pesci di quelli che hai preso? Un sarago, un tordo, tre cefali, un dentice e due orata eper essere precisi?!
Vorrò anche rimanere anonimo e questo non ti deve interessare, mica è un reato, ma venirmi a dire che parlo a sproposito solo perchè non ho sottoscritto l’adorazione altrui è tipico di chi non ha argomenti.
rimani anonimo fai più bella figura..
)) io posso permeteermi di firmare. ciao ciao…
MI PIACE!
Ahahah!!! Grande Leo… Lo sai che chi a chi non si bagna, parla!!!
pezzo originale e molto interessante, complimenti!
Grande cacciatore, grande pescatore ed ottimo scrittore, ma soprattuto un caro amico.
Per Markus: la fortuna è una componente fondamentale della pesca in apnea, l’abilità sta nel crearsi le occasioni ed avere le capacità di saperle sfruttare.
se lui è fortunato (spero di si) ,tu Markus, come minimo hai la palla di cristallo e sei chiromante/chiaroveggente/predice il futuro/indovina tutto…, parli di cose (e addirittura fai ragionamenti ) che solo Leonardo, fossero state vere, potrebbe sapere.
In ogni caso, nella vita come nella pesca, senza un po di culo non si va da nessuna parte.
Matteo G.
grazie soprettutto per l’amico…quello che mi fa più ridere di “Markus” e di altri come lui è proprio il fatto di sentirli commentare fatti che a mala pena ho visto io…sà anche quanti pesci ho sbagliato e quello che mi sono detto per telefono con Manciulli (mi ha chiamato lui e non io disperato) forse un altro fattore che bisogna saper gestire oltre alla fortuna è l’invidia. io con la fortuna mi ci sono levato qualche piccola soddisfazione “Markus” con l’invidia ci si rode il fegato…
Leonardo C.