
ATTENZIONE: la manovra descritta da Gabriele Delbene è destinata ad apneisti esperti con molti anni di esperienza. Ilovepescasub vi invita ad essere sempre prudenti a mare e non tirare MAI le apnee, lasciando sempre un margine di sicurezza.
PREMESSA
In relazione alla ripresa della respirazione dopo una lunga apnea attualmente le didattiche propongono due tipi di soluzione. La prima e la piu’ classica prevede di tenere lo snorkel in bocca e di svuotarlo tramite un’espirazione forzata che ha lo scopo di spingere fuori da esso la colonnina d’acqua accumulatavisi. Questa ha il grande svantaggio di dover effettuare un vero e proprio sforzo muscolare esattamente nel momento in cui la tensione della pressione parziale dell’ossigeno è arrivata al suo minimo.
Se da una parte lo sforzo può fare la differenza in negativo tra cadere o meno in sincope una volta arrivati alla superficie,dall’altra presenterà il vantaggio che quando avremo perso la coscienza affronteremo la fase del black out che precederà quella della ripresa involontaria dello stimolo respiratorio, in posizione supina ma con lo snorkel svuotato in una piena comunicazione dei polmoni con l’esterno. Naturalmente si presuppone da parte dell’apneista un tipo di assetto leggerissimo e cioè positivo anche in eventuale completa espirazione.La seconda soluzione elimina il problema alla radice non prevedendo lo snorkel inserito in bocca.Vengono quindi eliminati diversi fattori di disturbo e rischio: il principale e piu’ importante è ovviamente lo sforzo espiratorio necessario per spingere fuori la colonnina d’acqua che ha un certo peso, il secondario sono i maggiori tempi necessari all’espirazione e lo spazio morto che una volta liberato lo snorkel rimane comunque occupato da aria viziata che viene nuovamente reintrodotta nelle vie aeree prima dell’afflusso di aria atmosferica.
La seconda manovra avviene in posizione verticale con la testa fuori dall’acqua espirando il meno possibile per evitare il repentino abbassamento della tensione di ossigeno ed inspirando il piu’ in fretta e pienamente possibile per evitare il black out. Quest’ultima se da una parte ci favorisce donandoci qualche attimo ed energia in piu’ prima dell’eventuale sincope ,dall’altra ci espone a rischi mortali lasciandoci totalmente indifesi qualora avvenisse. Dobbiamo sempre immaginare un pescatore solitario che si trovi in difficoltà ,in questo caso a testa in giu’ e con la bocca in comunicazione con l’acqua. La posizione a testa in giù viene infatti mantenuta dall’anatomia delle articolazioni scapolo omerale e coxo femorale che funzionando da limitatori alle escursioni articolari, posizionano gli arti come bilancieri impedendo il rovesciamento sul dorso a meno che non sia completamente volontario. Alla ripresa degli stimoli respiratori non avrà la benchè minima possibilità di insufflare aria e con un anche piccolo cambiamento d’assetto dovuto al parziale allagamento dei polmoni,precipiterà velocemente verso il fondo. La manovra che propongo mira ad AUMENTARE LE PERCENTUALI DI SOPRAVVIVENZA eliminando gli svantaggi delle due manovre precedentemente esposte.
PRESUPPOSTI FISIOLOGICI
Per poter spiegare la manovra che proporro’ in questa relazione,dobbiamo partire con l’identificazione e la spiegazione di alcuni fenomeni fisiologici che avvengono nell’uomo immerso in apnea. Tratteremo il RIFLESSO D’IMMERSIONE (DIVING REFLEX), lo SCIVOLAMENTO EMATICO (BLOOD SHIFT) ed il suo incompleto recupero, le CONTRAZIONI DIAFRAMMATICHE.
IL RIFLESSO D’IMMERSIONE
L’adattamento del corpo umano alla discesa in apnea comincia già con la semplice immersione del viso in acqua. Questo riflesso chiamato anche “riflesso del lavandino”è utile a spiegarci che esiste una capacità innata e primitiva che consente di proteggerci dagli effetti dell’immersione e di prepararci per quella in profondità. Gli effetti immediati si evidenziano con una vasocostrizione periferica associata a rallentamento del battito cardiaco. La vasocostrizione avviene prevalentemente nei vasi degli arti diminuendone il calibro con conseguente riduzione del volume del sangue in essi circolante. A ciò corrisponde un’iniziale migrazione di una piccola parte della massa ematica verso il piccolo circolo.Il rallentamento del battito cardiaco o bradicardia da immersione si innesta come già detto al solo semplice contatto del viso con l’acqua ed è dovuto alla stimolazione del sistema nervoso autonomo ed in particolare all’attività del nervo vago (parasimpatico). Si ritiene che questi due adattamenti vadano nella direzione della termoregolazione cercando quindi di mantenere il sangue caldo ed al centro del corpo.
LO SCIVOLAMENTO EMATICO
La scoperta di questo fenomeno fisiologico è abbastanza recente e risale agli anni settanta nei quali l‘apneista Enzo Maiorca raggiungendo i -51m dimostrò alla comunità scientifica che la conoscenza delle reazioni del proprio corpo d’atleta impegnato in gesti estremi in taluni casi anticipa l’elaborazione delle teorie scientifiche.
Il medico francese Cabarrou fino ad allora considerato il piu’ esperto in materia,ipotizzava che un uomo con 6 litri di volume polmonare totale composti da 5 litri di capacità vitale e 1 litro di spazio morto bronco tracheale potesse al massimo spingersi fino alla profondità di 50m. In ragione della legge di Boyle e Mariotte che dice che volume e pressione sono inversamente proporzionali,la profondità di 50m sarebbe quella alla quale quel volume di 6 litri si ridurrebbe per effetto della pressione 6 volte superiore a quella della superficie, a un solo litro, corrispondente al suo volume di spazio bronco tracheale. Oltre sarebbe imploso. Cosi’ non avvenne e ora sappiamo che il riflesso d’immersione precede e prepara lo scivolamento ematico. Infatti si è osservato un’enorme afflusso sanguigno che tramite la vena cava superiore ed inferiore arriva alla zona del cuore destro dilatando oltremisura la parete del ventricolo.Per effetto della pressione gravante sul sistema si assiste ad un’aumentata resistenza idraulica dei vasi che implica la difficolta alla sistole specialmente da parte del cuore sinistro con conseguente ristagno di sangue nel cosiddetto piccolo circolo o circolo polmonare. In pratica per impedire lo schiacciamento del torace(effetto teorico della legge di Boyle e Mariotte) il corpo si adatta occupando in quello spazio dove normalmente si trovano quei 5 litri teorici d’aria uno altro spazio consistente ad opera del fluido sangue che sappiamo per sua natura essere incomprimibile creando quindi una contropressione interna che impedisce di fatto l‘implosione. Ciò è dovuto in larga parte alla capacità dei vasi polmonari di dilatarsi fino a cinque volte la dimensione del diametro originale.
L’INCOMPLETO RECUPERO DELLO SCIVOLAMENTO EMATICO
Ricapitolando possiamo affermare che dietro stimolo della pressione si instauri un grossissimo afflusso sanguigno ristagnante nel piccolo circolo.Sappiamo che gli effetti di detto ristagno rimangano anche a secco per un certo periodo di tempo ,addirittura anche a secco e molte ore dopo la fine delle immersioni. Occupiamo però nel dettaglio di ciò che avviene in risalita. La diminuita pressione inverte le resistenze idrauliche e il ristagno tende a riequilibrarsi immettendo velocemente sangue questa volta dal piccolo al grande circolo. Il riequilibro avviene però in dipendenza dalla capacità del sistema di veicolare il flusso ematico ed è ovvio che non possa essere istantaneo.Inoltre la velocità di risalita nell’apneista è spesso elevatissima e certamente superiore a quella della discesa specialmente nei pescatori che per non allarmare le prede preferiscono adottare la tecnica di discesa lenta. Per queste ragioni all’arrivo in superficie il sub si ritrova ancora stagnante nel circolo intra toracico un piccolo volume ematico che ancora preme dall’interno sul famoso volume dei 5 litri. Il mancato istantaneo recupero ematico annuncia i suoi effetti appena iniziata la risalita manifestandosi attraverso quelle bollicine che vedrete sempre uscire dalla maschera del sub in riemersione. Questa fuoriuscita d’aria risulta continua e dipenderà essenzialmente dalla velocità di risalita e dall’intensità e frequenza delle contrazioni diaframmatiche. Corrisponderà infatti una massima dispersione nel momento di rilasciamento del diaframma nella fase di contraccolpo verso l’alto quando l’azione meccanica potrebbe tendere a creare un flusso verso l’alto favorito anche dalla rapida espansione gassosa.
LE CONTRAZIONI DIAFRAMMATICHE
Sappiamo che l’apnea si divide in due fasi,la fase cosiddetta del benessere e la fase della sofferenza. La sofferenza è causata da una serie di manifestazioni dovute al consumo dell’ossigeno ed al conseguente innalzamento del tasso dell’anidride carbonica. I recettori chimici presenti nel midollo spinale e piu’ precisamente nel tronco mesencefalico registrano quest’ultima variazione ed in risposta inviano dei segnali eccitatori ai nervi responsabili della motilità del muscolo diaframmatico. Come sappiamo la cupola diaframmatica tendinea viene abbassata dall’azione delle bandelle muscolari in contrazione creando un’azione involontaria che mira ad attrarre aria nella parte bassa della piramide polmonare.
Ora che abbiamo trattato dei fenomeni fisiologici intervenenti nell’immersione possiamo passare a spiegare come si possono sfruttare durante l’esecuzione della manovra globale di risalita.
LE FASI DELLA MANOVRA
Come si effettua allora la manovra?
1- LO SNORKEL INDOSSATO, LA COMPENSAZIONE IOIDEA
Dovremo innanzitutto lasciare lo snorkel in bocca. I motivi del lasciarlo indossato sempre dipendono principalmente dal fatto che la manovra si concluderà in risalita con questa modalità. Ci sono però in quest’abitudine altri vantaggi importanti che riguardano la discesa e che prevedono la tecnica che ho chiamato di COMPENSAZIONE IOIDEA. Infatti in questa posizione la mandibola si libera e si allontana anche parecchio.dal palato favorendo indubbiamente i movimenti che,partendo dalla muscolatura sopra e sotto ioidea ,coinvolgono una serie di tessuti contigui vicini all’apertura degli orifizi delle tube di Eustachio ed in particolare sotto di essi.
E’ come se si pretensionasse questa catena tissutale mettendo i tessuti sottorifiziali in una sorta di situazione meccanica che ne FACILITERA’ L’APERTURA sotto sollecitazione delle manovre di compensazione. La traduzione didattico pratica prevede quindi la movimentazione mandibolare con spostamenti semplici o composti. Per movimenti semplici si intendono l’abbassamento e la traslazione antero posteriore della mandibola,per composti si intendono la combinazione dei due eventualmente integrati da piccoli spostamenti laterali. L‘apneista dovrà sperimentare a seconda della propria unica e particolare morfologia quali siano i movimenti che facilitano l‘apertura degli orifizi. L‘esercizio si può provare comodamente a secco. Per soggetti particolarmente predisposti la compensazione ioidea sarà una vera e propria tecnica di compensazione, per gli altri solo una TECNICA DI FACILITAZIONE.

2- IL RILASSAMENTO DEL MASSETERE, L‘APERTURA DELLA GLOTTIDE
L’abitudine a tenere indossato il boccaglio comporta una maggiore presa di coscienza delle proprie tensioni psichiche.
Sappiamo riconoscere facilmente una persona nervosa o tesa osservandone i movimenti ritmici e contratti della mascella.Ovviamente in immersione le tensioni sono maggiori che nella vita comune e si ripercuotono molto sulla contrazione del muscolo massetere. Risulta molto più facile ascoltare le proprie tensioni perciò avendo come mezzo di contrasto il morso dello snorkel. L’ aumentata consapevolezza favorisce un conseguente maggiore rilassamento del muscolo massetere e della lingua. La radice della lingua essendo strettamente collegata alla glottide la trascina anteriormente con sé DETERMINANDONE L’APERTURA o facilitandone la stessa..Come sappiamo dagli studi del dottor Malpieri; l’apertura della glottide rappresenta un fattore discriminante al fine di non incappare nel barotrauma polmonare da risalita profonda. Anche solo a questo scopo potrebbe essere quindi consigliabile tenere lo snorkel indossato a misura preventiva di sicurezza
3- IL RECUPERO DELL’ARIA, IL RIMESCOLAMENTO DIAFRAMMATICO
L’apneista avrà raggiunto lentamente il fondo,la compartimentazione del sangue nel circolo intra toracico sarà arrivata al suo massimo, inizia la risalita con associate le contrazioni diaframmatiche. L’inversione del ristagno ematico ora in via di ritorno verso il grande circolo non essendo istantanea lascia ancora un accumulo sanguigno che provoca una pressione interna che tenderà a far uscire l’aria fuori dalla maschera. La spinta migratoria dell’aria nella maschera verso l’esterno sarà favorita oltre che dalla tendenza della stessa alla riespansione,anche dalle spinte del diaframma che risale verso l’alto a fine contrazione.Per ovviare a ciò si dilaterà il tempo di contrazione indugiando con un’intervento VOLONTARIO nell’estroflessione dell’addome per fuori(abbassamento del diaframma). Ciò può essere spiegato all’apneista semplicemente chiedendogli di “tirare su”in maniera prolungata con il naso come fanno i bambini col raffreddore ogni qualvolta sentirà la maschera alleggerirsi sul viso per effetto della spinta della riespansione gassosa. Per i meno evoluti semplicemente chiedendo di tirare sù ogni paio di secondi. La manovra proposta oltre a recuperare l’aria aiuta il rimescolamento gassoso spostando una parte dell’aria vergine contenuta nello spazio morto bronco tracheale e nella maschera agli alveoli dove ristagnava aria viziata.
Si potrebbe obiettare che trattenere l’aria in questo modo potrebbe favorire l’insorgenza del barotrauma per la maggiore pressione che viene a determinarsi nei polmoni piu’ alta di quella che si trovava a pari quota in discesa. Ritengo che ciò non avvenga per due motivi. La posizione dello snorkel indossato favorente l’apertura della glottide fa si che questa sovrapressione abbia libero sfogo cercandosi la via d’uscita e non sarà di certo “tirando su “col naso che impediremo all’aria di espandersi o fuoriuscire senza creare danni. Il secondo motivo l’ho compreso durante la mia esperienza didattica nella pescasub. Prima dell’immersione il pescatore compie nella stragrande maggioranza dei casi un’inspirazione che non è mai massimale. Materialmente non riesce a porre costantemente l’attenzione alla completezza del gesto inspiratorio, si tratta perciò di un gesto tipico che porta ad immettere grosso modo l’ 85% del volume massimo catturabile perciò il ristagno ematico che dilata l‘aria in risalita ha ancora un bel volume da riempire pari o superiore al mezzo litro. Anche nell’apneista puro questo rischio è basso a meno che non effettui la manovra della “carpa”o respirazione glosso faringea che precomprime l’aria nei polmoni associando magari la mandibola chiusa senza snorkel che spinge nelle contrazioni muscolari la glottide in basso tappando la trachea.
IL GUADAGNO TEORICO, IL 10% DELLA NOSTRA APNEA
Per quantificare il possibile guadagno teorico del recupero dell’aria forniamo qualche altro dato. Immaginiamo una maschera di 150cc compensata insufflando aria fino a 30m di profondità. Considerando le 4atm che vi si trovano, avremo nella nostra maschera ben 600cc ridotti a 150 dalla pressione in risalita l’incompleto recupero dello scivolamento ematico e la riespansione gassosa concorrono a farne uscire la differenza e cioè circa 450cc all’esterno sotto forma di quelle bolle che tutti noi avremo osservato ci lasciamo dietro. Riuscendo a trattenere questo volume avremo trattenuto quasi il 10% del nostro volume incamerato con l’ultima inspirazione. Aria insufflata nella maschera proveniente dallo spazio morto e quindi ossigenata non avendo partecipato agli scambi gassosi.Se la nostra apnea dura ad esempio 90sec, recuperando e rimescolando opportunamente quell’aria potremo guadagnare 8\9sec. Ma se anche nella peggiore delle ipotesi fossero solamente 5 i secondi guadagnati,non credete che sia comunque sufficiente per allontanare enormemente il rischio black out?
4- L’ESPIRAZIONE FACILITATA, NESSUNO SFORZO ESPIRATORIO
Arriviamo a questo punto vicino alla superficie avendo trattenuto quest’aria che voleva uscire pressata dall’interno dall’incompleto recupero del blood shift. Nelle spiegazioni teoriche spesso paragono i volumi del ristagno ematico alla frutta. Parlo quindi del volume di un grosso melone a quote molto impegnative,passando al pompelmo, all’arancia fino al volume di un mandarino in prossimità della superficie. Questo mandarino d’aria non aspetta che poter fuoriuscire e quindi arrivati a circa un metro dalla superficie non dovremo fare altro che smettere di trattenerlo permettendo che ,SENZA NESSUNO SFORZO ESPIRATORIO, si trasferisca dalla bocca allo snorkel. Lo sforzo espiratorio non è richiesto perché l’aria in quell’ultimo metro dilatandosi lo svuoterà automaticamente Dalle prove pratiche nei lunghi anni in cui ho adottato questa tecnica mi sono accorto infatti che il mandarino d’aria occupa inizialmente quel volume, poi proseguiamo noi completando quasi tutta l‘espirazione. Dal punto di vista didattico è una manovra di semplice apprendimento,richiede solo una certa attenzione per sincronizzare il momento d’inizio dell‘espirazione facilitata.
Avremo ottenuto il vantaggio enorme di aver abbassato i rischi di andare in sincope poichè non effettueremo sforzi espiratori(come nella manovra senza snorkel)però rimanendo in contatto con l’aria(come nella manovra con l’espirazione forzata in superficie)qualora cadessimo incoscienti.Inoltre avremo rosicchiato altro tempo cominciando l’espirazione un metro sotto,completandola in quel metro percorso in quell‘ultimo secondo,pronti ad inspirare appena la punta dello snorkel si affacci alla superficie.La posizione a testa in giu’ con le braccia a fare da bilancieri sarà quella che ci manterrà comunque in equilibrio senza fare entrare acqua nell’albero respiratorio.Dopo pochi secondi,alla ripresa degli stimoli respiratori involontari avremo molte più possibilità di riprendere a respirare e quindi di svegliarci dal black out.
CONCLUSIONI
Nel 1989 un conoscente mi raccontò che stava pescando fondo,era da solo con pochissima zavorra. Riuscito ad arrivare a galla dopo un’immersione al limite, appena liberato il boccaglio dall’acqua cadde svenuto mi rimase impresso che disse di essersi risvegliato respirando nello snorkel,ad una certa distanza dal pallone segno questo che fosse rimasto per un certo tempo svenuto e trasportato dalla corrente. Da lì ebbi l’intuizione che non avrei mai più abbandonato lo snorkel. In seguito mi venne naturale fare degli esperimenti,dapprima iniziando lo sforzo espiratorio un po’ sotto la superficie rendendomi poi conto che nei tuffi mediamente profondi non necessitasse affatto. Spesso gli apneisti puri non usano il boccaglio per quei pochi tuffi estremi, hanno squadre o compagni d’immersione che vigilano su di loro. Non si trovano perciò nella necessità di inventarsele tutte per aumentare le possibilità di sopravvivere ad una banale sincope che per un pescasub solitario significa spesso la morte.
Oltre al vantaggio di rimanere in comunicazione con l’aria,il guadagno teorico della prima fase della manovra quantificabile tra il 5 ed il 10% del tempo di apnea la rende di per sé stessa un formidabile antidoto alla perdita di coscienza. La seconda fase consente di anticipare l’inspirazione guadagnando un altro secondo circa nella fase critica. La somma è quantificabile tra i 6 ed i 10sec al massimo ho dedicato questo trattato ai pescasub a cui raccomando prima di tutto la pesca in coppia, a basse profondità e usando poca zavorra. Per chi con responsabilità e coscienza si senta di affrontare discese più impegnative o in solitario spero questa manovra di mia invenzione che uso ed insegno da decenni con gran successo, vi doni margini di sicurezza maggiori ed anche solo una piccola possibilità di sopravvivere in più in caso di sincope a galla, la più statisticamente frequente.
Gabriele Delbene
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Tag: apnea, compensazione, contrazioni diaframmatiche, espirazione, Gabriele Delbene, rilassamento, snorkel


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Ottima guida su come farsi molto male in modo scientifico!
Ciao Silvestro,
puoi argomentare perchè secondo te la manovra di Gabriele è pericolosa?
ciao
Primo perchè questa manovra richiede una capacità di controllo e di lucidità che pochissimi pescatori dilettanti credo abbiano.
Secondo perchè recuperare l’aria dal naso e poi trattenerla può avere un effetto psicologico, ma non porta nessun incremento di autonomia visto che quello che conta è l’ossigeno in circolo nel sangue e non quello contenuto nei tessuti polmonari che non partecipa agli scambi gassosi e nemmeno potrebbe vista la forte disparità di pressione tra la Co2 nel sangue e L’O2 nei polmoni. In pratica è la Co2 a passare dal sangue ai tessuti polmonari, il percorso inverso all’ossigeno è inibito dall’effetto “barrage”.
Terzo perchè pensare di impostare una battuta di pesca, di magari centiania di tuffi, rischiando ogni volta un barotrauma, che se non si imparara a gestire la glottide (cosa meno immediata di quanto si fà credere nell’articolo) è assicurato, mi pare follia.
In sintesi, questa roba non solo non è per tutti ma è per pochissimi. Chi prova ad applicarla senza andare per gradi e senza opportuna assistenza si fà seriamente male.
Ho letto le prime 10 righe e mi sono venuti i brividi…..
Quoto in pieno quello che dice Silvestro!!!
Riflettete prima di scrivere queste cose!
Ho letto tutto….purtroppo…..
“Per chi con responsabilità e coscienza si senta di affrontare discese più impegnative o in solitario spero questa manovra di mia invenzione che uso ed insegno da decenni con gran successo, vi doni margini di sicurezza maggiori ed anche solo una piccola possibilità di sopravvivere in più in caso di sincope a galla, la più statisticamente frequente”
Mi permetto allora di fare un grande in bocca al lupo a tutti gli allievi!
Mi permetto poi di dire di non andare mai a fare tuffi impegnativi da soli e di togliersi sempre il boccaglio sia in discesa che risalita: avere il boccaglio inserito in bocca fornisce all’acqua una via preferenziale per arrivare direttamente ai polmoni in caso di incidente sul fondo.
In risalita da un tuffo tirato poi non andate ad espirare il “mandarino d’aria” ma cercate di avere la bocca, quindi l’unica via aerea, direttamente a contatto con l’aria.
L’articolo mi sembra che abbia come target persone che hanno necessitá di sopravvire ad un tuffo in apnea e non persone che magari vogliono scendere in sicurezza, divertirsi e risalire sani e salvi.
salve a tutti.volevo cercare di informare meglio sulla manovra globale di risalita.per prima cosa non è affatto riservata agli esperti.si tratta solo di prendere una diversa abitudine e naturalmente tutti noi tendiamo ad essere conservatori nei confronti di qualcosa che fino a quel momento ci è stato proposto dalla didattica corrente come corretto e soprattutto sicuro.
l’esecuzione è semplicissima e molto più difficile a dirsi che a farsi.in pratica si tratta di tirare sù col naso in risalita ogni paio di secondi come farebbe un bimbo col raffreddore nella fase1.nella fase2 si permette all’aria recuperata con questa manovra di svuotarci il boccaglio ed iniziare l’inspirazione con circa un secondo d’anticipo.ho sentito obiettare che l’aria contenuta nei polmoni non parteciperebbe agli scambi gassosi.ma allora chi fa record di statica perchè cerca di riempirsi al massimo?l’autore dell’obiezione intende forse dire che la riserva d’aria non ha un ruolo nel nostro tempo d’apnea?potremo quindi in statica fare lo stesso tempo con i polmoni vuoti ma dopo aver effettuato una ottima ventilazione?
chi avrà seguito la dettagliata spiegazione di ciò che fisiologicamente avviene avrà certamente compreso che grandissimi saranno i vantaggi per la sicurezza nei tuffi più profondi dove potremo aggiungere alla nostra apnea fino al 10% del nostro potenziale.assolutamente importanti i vantaggi in acque basse(10m)dove l’aumento teorico dell’apnea potrebbe essere quantificato nel 3 %.ricordo che sarà già presente il DIVING REFLEX ed il BLOOD SHIFT(portano sangue nel piccolo circolo),inoltre avremo dovuto insufflare nella maschera almeno lo stesso quantitativo d’aria(VERGINE) che occupa in superficie.se non la recuperiamo in risalita andrà irrimediabilmente persa insieme ad altra aria pari al volume del sangue che ancora tenderà a ristagnare nell’attimo dell’emersione.ma quale sarà in realtà il più gran vantaggio?vi risulta che a 10m non si possa cadere in sincope?se saremo soli,cosa realisticamente abbastanza probabile,il fatto di essere sincopati in superficie a faccia in giù ma col boccaglio in COMUNICAZIONE CON L’ARIA sicuramente ci darà una possibilità di riprendere la respirazione,anche qualora sia allagato poichè alla ripresa incoscente del respiro cmq un bel quantitativo d’aria riusciremo ad inalarla .nel caso di bocca libera sicuramente berremo sempre e solo acqua.vorrei ricordare che stiamo analizzando la sincope a galla,LA STATISTICAMENTE PIù FREQUENTE,purtroppo per la sincope sul fondo in solitario non esistono praticamente possibilità di sopravvivenza.
riguardo al rischio del barotrauma ho spiegato come la glottide rimanga APERTA o quantomeno ne venga facilitata l’apertura a snorkel indossato a causa del trascinamento della radice della lingua in contiguità tissutale con essa.un pò secondo il principio del divaricatore mandibolare da pronto soccorso che ha la funzione di allontanare la lingua che fa tappo sulla glottide.mi permetto di ricordare come sia ovvio e comprensibile che il maggior fattore discriminante l’insorgenza del barotrauma sia la famosa RISALITA A RAZZO,dove con uno sbalzo barico di quell’istantanea intensità con conseguente congestione dell’aria nei condotti anche ad una glottide completamente aperta penso provocherebbel’incidente.
RIASSUNTO DEI VANTAGGI in funzione sicurezza
-facilitazione alla compensazione(tecnica ioidea)
-aumento del tempo di apnea in 30m pari al 10%
-aumento del tempo di apnea in 10m pari al 4%
-apertura glottide facilitata
-inizio dell’inspirazione con 1sec di anticipo
-COMUNICAZIONE ARIA POLMONI in caso di sincope a galla
ho cercato di portare le motivazioni che siano il più razionale possibile per sostenere la mia tesi senza pretesa di detenere la verità.spero che le persone più aperte alla sperimentazione e libere dal pregiudizio siano almeno disposte a valutarle non solo teoricamente(specie dopo aver letto solo 10 righe),ma provandole con l’esperienza più importante,quella del proprio corpo in azione.
saluti a tutti
Non passerei nemmeno da un estremo all’altro però.
Se è scorretto asserire che recuperare l’aria con il naso fornisca ossigeno utilizzabile dagli scambi gassosi, lo è altrettanto affermare che il boccaglio sia una via di allagamento dei polmoni. La glottide fà da tappo e quella, in stato di incoscienza, si apre, boccaglio o meno, nello stesso istante, ossia dopo l’omonimo spasmo.
Il boccaglio a più di qualcuno ha salvato la pelle, ma se si può dire di essersi salvati per così poco, allora è necessario rivedere il proprio approccio all’elemento liquido.
La sicurezza incomincia molto prima di infilarsi la muta, altro che tenere o togliere il tubo!
No, l’autore dell’obiezione (IO) ha cercato di spiegarti che l’elevata pressione della Co2 nel sangue impedisce all’ossigeno introdotto nei tessuti polmonari, recuperando l’aria con il naso, di essere realmente disponobile.
La Co2 fluisce dal sangue ai polmoni, l’ossigeno passava dai polmoni al sangue in discesa, dopo, a seguito dell’inversione pressoria, questo non è più possibile.
Si chiama “effetto barrage”, può chiedere lumi al Prof. Malpieri già citato nei suoi testi.
Personalmente amo le maschere con grande visibilità (e quindi grande volume interno), da molti anni ormai respiro sempre in risalita l’aria della maschera… ormai sono convinto che ti da quel ciccino di aria in più che può fare la diferenza tra una sincope e non.
Perfino quando ho il naso chiuso…!
Questa manovra, che inizialmente praticavo per ridurre il disturbo ambientale in risalita, col tempo mi ha fatto accorgere che mi consente di arrivare in superficie meno in affanno (e quindi recuperare più velocemente) di quando non la pratico.
Chiamatela suggestione se volete, ma per me funziona eccome!
La questione del boccaglio invece è molto interessante, Gabriele ce l’ha descritta di persona e nel dettaglio allo scorso Eudi ed ovviamente non resistito alla tentazione di provare…
Purtroppo al momento mi sono dovuto accontentare delle “abissali” profondità del pozzetto della piscina e del bassofondo di Civitavecchia, però qualcosa si comincia a sentire!
In particolare ho trovato interessante assecondare, invece che trattenere, quella leggera sensazione di sovradistenzione polmonare che si prova nell’ultimo metro: guardacaso svuota perfettamete il tubo…!
La difficoltà maggiore invece l’ho incontrata nel percepire l’apertura della glottide, su questo gesto mi ci vuole ancora allenamento e consapevolezza!
Penso che un manovra di questo tipo, benchè non alla portata proprio di tutti (ci vuole un istruttore ed una certa attitudine!), consente di conquistare un margine di sicurezza in più che può fare la differnza tra il tonare a casa ed affogarsi…
Gli incidenti sono sempre causati da una concatenazione di eventi nefasti che, sommati, originano la disgrazia, avere un margine in più da NON sfruttare per aspettare il dentice bastardo, può essere davvero prezioso!
Come dice bene Silvestro: “La sicurezza incomincia molto prima di infilarsi la muta, altro che tenere o togliere il tubo!”
cià
Innanzi tutto un grande saluto a tutti i ragazzi.
Quello della sicurezza in mare è un argomento molto importante ed anche molto delicato perché le scelte che lo riguardano possono incidere sull’incolumità di ciascun pescatore. Per questo è sempre giusto cercare di distinguere le scelte personali dai dati di fatto scientifici. Purtroppo disponiamo sempre di un numero troppo basso di dati di fatto scientifici e molto spesso, duole dirlo, questi dati scientifici affermati come veri da fonti autorevoli, si rivelano tutt’altro che certi. Al riguardo basti pensare alla delegittimazione che ha subito per decenni il più grande campione dell’apnea di tutti i tempi, il pescatore di spugne Haggi Statti, il quale scese ad oltre 70 metri senza ombra di dubbio (visto che era stata perfettamente misurata la profondità dell’ancora che era andato a recuperare), eppure non ricevette gloria per la sua impresa e questa ingiustizia avvenne solo perché la scienza affermava, contro ogni evidenza, che tale impresa non era possibile e quindi non poteva essere avvenuta. Oggi sappiamo che aveva ragione Haggi Statti e che era un grande campione (il più grande) e sappiamo anche che dubitare con spirito illuminista è sempre lecito.
Detto questo credo che Gabriele non abbia certo ritenuto di esprimere una verità assoluta ma soltanto di suscitare un dibattito su una questione molto delicata, dicendo la sua in ragione di quelle che sono le sue competenze. Del resto non credo di sbagliare se affermo che i passi in avanti in una materia come quella di questo post si possono fare avanti proprio attraverso la sinergia tra le conoscenze tecnico scientifiche della medicina iperbarica e le esperienze sul campo di forti subacquei e di grandi profondisti. E Gabriele Delbene è probabilmente insieme a March il pescatore più profondo del mondo.
Personalmente non entro nel merito del dibattito perché io non sono un medico, non sono un istruttore di apnea e, come pescatore, sono davvero solamente uno dei tanti. Non ho quindi alcuna qualifica per prendere una posizione che abbia titolo per raccogliere dei proseliti. Tuttavia, a titolo di mera esperienza personale, ci tengo a dire che quando vado in mare faccio le mie scelte sulla sicurezza come suol dirsi “avendo ascoltato tutti ma senza aver dato retta a nessuno”. Nel senso che la pelle è mia e decido solo io come giocarmela. Così facendo -per esempio – ho praticamente da sempre deciso di tenere il boccaglio sempre in bocca durante l’immersione. Giuste o sbagliate, ho fatto tutte le mie riflessioni sulle varie possibili casistiche di incidente. Ho passato in rassegna le concatenazioni di eventi che hanno portato a centinaia di incidenti, di cui ho avuto l’esatta descrizione nel corso della mia ormai trentennale esperienza in mare. E alla fine, senza avere -a titolo personale – più alcun dubbio, ho deciso di “giocarmela” così. Non faccio nomi, ma tanti personaggi noti fanno come me e tanti altri fanno diversamente.
Purtroppo non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, ma credo che parlarne faccia sempre un gran bene a tutti.
Un abbraccio a tutti i fratelli della costa.
Gherardo
ciao a tutti,
una curiosità: supponiamo che dopo una risalita il sub sia colto da black out pertanto perda conoscenza con la faccia in acqua, con il boccaglio dello snorkel in bocca in cui c’è una certa quantità di acqua. Come sappiamo ad un certo punto riparte la respirazione con una espirazione prima e poi con una inspirazione. L’acqua contenuta nel tubo verrà inalata sicuramente, ma anche dell’aria. Ora, la domanda è la seguente: può quella poca acqua inalata essere causa dell’annegamento e del conseguente arresto cardiaco?
Talvolta ho sentito di persone con gravi patologia polmonari con presenza di liquido anche a livello di qualche litro…. l’acqua all’interno xdel tubo è di qualche cl…
ciao e grazie
Ho 51 anni e premetto di essere un completo autodidatta avendo inizito ad andare a sparare pesci in apnea dall’età di 8 anni, autodidatta da oltre 40 anni dunque, con alle spalle l’esperienza di anni in cui non si sapeva quasi niente sui pericoli dell’apnea e si sperimentava su se stessi e si imparava solo a temere la “bestia nera” che colpiva me ed i miei amici, la sincope anossica !!! Ho avuto la sfortuna di avere perso alcuni amici così e la “fortuna” di non essere morto io stesso diverse volte, oltre a soccorrere spesso amici in difficoltà in superficie o in risalita. Dico perciò senz’altro si alla manovra di Del Bene, che è quella che istintivamente faccio da anni e credo facciano tutti i sub esperti. Senz’altro innanzitutto per i motivi che ha detto Del Bene, ma anche perchè ritengo ci sia un altro valido motivo per dire si allo snorkel in bocca all’atto della emersione: perchè se così non avessi fatto alcune volte anni addietro in risalite “al limite” avrei inspirato acqua in superficie. Quando si arriva al limite della sincope in superficie, con “visione gialla” e scosse muscolari incontrollabili che durano diversi secondi, avere il boccaglio diversi cm sopra la superficie del mare consente di non inspirare acqua, sopratutto con mare agitato e vento, cosa che invece accadrebbe quando le scosse muscolari non consentono di tenere ben su la testa fuori dall’acqua. Non dico a nessuno…provare per credere, ma da “miracolato” degli anni bui dell’apnea, quando scendere più a fondo e resistere più tempo voleva dire lunghe iperventilazioni (sich !!!), mi sento di condividere quanto suggerisce Del Bene, sempre cum grano salis, cioè a patto che si parli di apneisti esperti, per i quali una eventuale sincope qualora venisse, sarebbe indubbiamente senza dubbio alcuno per un minimo errore e dunque proprio a pochi centimetri dalla superficie dell’acqua !!! Ognuno di noi “vecchi” faccia poi un pò come ritiene meglio fare, ma io anche in acqua bassa e ripetute apnee brevi praticando la tecnica dell’agguato, non tolgo mai il boccaglio limitandomi ad “allagarlo” silenziosamente all’atto della immersione spostandolo leggermente con le dita dalla bocca.
Devo dire che quaranta anni passati in mare a stretto contatto con persone che hanno fatto esperienza da veri pionieri nelle più svariate attività, sia subacquee che di superficie, mi hanno reso un po’ diffidente su ciò che appartiene al mondo delle sole teorie, ma quando ho letto l’ articolo riguardante la tecnica di Gabriele ho capito che essa deriva da esperienza fatta sul campo.
Chi di voi ricorda gli esperimenti del professor Piergiorgio Data dell’Università di Chieti sul più grande apneista di tutti i tempi, Jaques Maiol, per studiare il fenomeno del Blood Shift in profondità? Maiol scese a 80 metri, con un marchingegno dietro le spalle e un lungo catetere infilato nel braccio, arrivando sino al cuore. Questi esperimenti sono serviti ad avere conferma di ciò che era stato intuito da chi è vissuto in mare tante ore, osservando anche i più insignificanti eventi. Questi pionieri hanno aperto la strada al mondo dell’apnea profonda e non. Grazie a loro adesso si comprendono e si compiono gesta che fino a 55 anni fa erano impensabili dal mondo medico, e solo grazie a dei pazzi pesca sub si sono ricercati i motivi di quelle reazioni inaspettate dell’organismo umano.
Ebbene, Gabriele ha dato ordine a una sequenza di operazioni delle quali alcuni di noi già utilizzano da tempo, anche se solo parzialmente, allo scopo di avere una chance in più, in caso di una risalita ritardata.
L’apnea legata alla pesca sub è fondamentalmente diversa da quella classica, in quanto, anche se praticate nello stesso elemento, gli stress ai quali si è sottoposti sono diversi. Gli agenti esterni che possono determinare gravi incidenti sono legati spesso ad imprevisti, che mettono a dura prova il nostro equilibrio psicofisico: il passaggio di un’imbarcazione vicino al pallone, un’accidentale contatto delle labbra con una medusa o la rottura di una pinna, hanno spesso messo in pericolo il pesca sub dimezzandogli il tempo di apnea. Quindi il pericolo non è necessariamente dovuto all’avvicinamento della preda o il suo difficile recupero.
Dopo quaranta anni di pesca passati in acqua senza incidenti, purtroppo spesso passati in completa solitudine, ho capito che il rischio è sempre dietro l’angolo e spesso la causa dipende da attrezzature super performanti che permettono anche ai meno esperti di scendere oltre le proprie capacità. Quindi quello che posso affermare sulla base della mia esperienza è:
1) quando risalgo dal fondo, aspiro l’aria dalla maschera, perché così facendo recupero l’aria, anzi, prima di effettuare discese impegnative, scosto la maschera per ricambiare l’aria nel suo interno. Questa operazione mi riossigena, e non è un impressione.
2) Quando purtroppo abbiamo recuperato dei sub in sincope, i due pernini di gomma dell’aeratore erano recisi, perché la sincope provoca la contrazione dei muscoli masseteri e labiali. Questa reazione riduce la possibilità che ci possa essere un passaggio d’acqua tra il morso di gomma e la bocca.
3) Quando si è in prossimità della superficie, anche se privi della zavorra, la postura degli arti e l’angolazione delle pinne posizionano pericolosamente l’infortunato con il viso immerso nell’acqua.
4) La tecnica di apertura della glottide, con relativa espirazione nell’aeratore in prossimità della superficie, la effettuo da moltissimo tempo perché evito di fare rumore durante le azioni di pesca e poi la trovo più naturale, ma devo confessare che Gabriele mi ha fatto scoprire degli aspetti interessanti che non avevo considerato.
A prescindere dall’effettiva utilità di adottare questo sistema su immersioni di scarsa profondità, sono dell’idea che questa tecnica vada utilizzata sempre, perché solo con la continua pratica lo si può rendere un gesto naturale, quasi fosse un riflesso condizionato, e poi questa manovra è ininfluente ad aumentare il tempo di permanenza sul fondo, ma serve a ritardare il momento di possibile BLACK OUT negli ultimi centimetri dalla superficie.
Sono convinto che i giovani pescasub abbiano comunque bisogno di un corso di formazione, soprattutto se manca un compagno di pesca di notevole esperienza che trasmetta le proprie conoscenze di quel mondo meraviglioso che è il mare. Non si può pretendere di poterlo conquistare con la sola forza, sarebbe solo una partita vinta a metà. Posso solo concludere dicendo che questa tecnica mi ha convinto e che sarà un nuovo tassello da inserire nel mio bagaglio di pescatore e se qualcosa non mi convincerà sarò il primo a criticarla, ma non prima di averla messa in pratica.
Massimo
Ma perchè non fidarsi da una persona preparatissima teoricamente e in pratica? Ma imparate invece di bla,bla,bla,bla…. GRANDE DEL BENE!!!!