Il campione risponde a: Luca Alessandrelli

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Ciao Federico, sono contento di poter esporre la mia questione ad una persona che stimo molto e con grandissima esperienza. Sono un ragazzo di 20 anni apneista, che ama infinitamente questa disciplina tanto da dedicarci 1 ora e mezza ogni giorno.

La mia costanza e la mia tenacia mi ha portato a raggiungere molto velocemente quote impegnative. Ora sono nella situazione che quando sono sul cavo è come se avessi addosso una pressione psicologica che mi dice: “Luca ti stai apprestando a fare un tuffo fondo”. Questa condizione non mi permette di scendere con la testa giusta e mi provoca un blocco a partire dai -30 mt (con irrigidimenti e difficoltà a compensare).

Ti è mai successa una cosa del genere? Hai qualche consiglio per superare questa fase?
Con affetto, Luca.

RISPONDE FEDERICO MANA

Ciao Luca,
è per me un piacere iniziare questa rubrica con la tua domanda, perché tu esponi esattamente lo stesso problema che ebbi nel 2003.
Ero diventato da poco istruttore di apnea e l’entusiasmo per l’apnea profonda mi portava ad ogni uscita in mare o al lago a cercare di incrementare le mie quote operative. A breve mi trovai di fronte al muro dei -38 metri e per ben 8 mesi non ci fu modo di oltrepassare il muro.

Il risultato fu che durante questo periodo ogni volta che mi avvicinavo al cavo la mia ASPETTATIVA nel fare un tuffo fondo prevaleva su ogni altra capacità di ascoltare ciò che mi accadeva a quote impegnative. Dopo gli otto mesi di insuccessi mi accorsi che avevo perso il gusto di andare in acqua per dedicarmi a questa meravigliosa disciplina. La voglia di migliorarmi mi aveva tolto il DIVERTIMENTO e fu questo il momento in cui decisi di allontanarmi dalle competizioni e di tornare a fare apnea in modo ricreativo dimenticando le prestazioni.

Tolsi il profondimetro dal polso e dopo essermi trasferito in Egitto iniziai a praticare l’apnea in modo completamente ricreativo. Continuai a seguire questo metodo per quasi 4 anni consapevole che il mio nuovo approccio all’acqua mi permetteva di migliorare molto anche se non sapevo numericamente di quanto. A fine 2006 rimisi il profondimetro e constatai che scendevo agevolmente a osservare i pesci tra i 40 e i 50 metri e se mi impegnavo in discese più tecniche con la monopinna scendevo con relativa semplicità sui 65 metri.
Fu quello il momento in cui decisi di riavvicinarmi al mondo delle gare, ma rimasi focalizzato sul concetto di divertimento e di piacere dell’acqua senza più farmi prevaricare dal dovere di andare fondo.

Questa introduzione fatta di alcuni miei ricordi serve per inquadrare alcuni punti che vorrei sviluppare per rispondere più concretamente alle tua domanda.

ASPETTATIVA
Iniziare una sessione di apnea con l’aspettativa di andare più profondo della volta precedente predispone ad un fenomeno che può essere denominato come “Sequestro emozionale” o “Ipnosi da fattore stressogeno” ovvero, se la tua attenzione è completamente orientata alla profondità da raggiungere, non avrai energie mentali per elaborare ciò che ti accade durante la discesa e quando sarai vicino alle tue quote limite.
Alla riemersione questa impossibilità di analisi dell’accaduto ti farà percepire solamente il mancato raggiungimento della performance ma non avrai conservato nessuna informazione relativa alle sensazioni provate pertanto non avrai strumenti per comprendere le cause del tuo “fallimento”.

DIVERTIMENTO E PIACERE DELLA PRATICA
Dietro al concetto del divertimento e della pratica dell’apnea fine a se stessa (senza per forza dover scendere in profondità) si cela l’apertura mentale e la capacità di passare molto tempo in acqua ascoltando ciò che accade al proprio corpo e alla propria mente.
Solo con questa apertura alle esperienze potrai elaborare sia a livello conscio che inconscio quanto ti accade durante le sommozzate più profonde. Inoltre non penso vi siano altri motivi oltre al divertimento che giustifichino in modo significativo la pratica di questa disciplina. Purtroppo per condizionamento culturale siamo abituati a misurare tutto, purtroppo il grado di divertimento non è necessariamente proporzionale ai numeri raggiunti.
La gioia di stare in acqua dovrebbe essere incondizionata ed indipendente dalle proprie performance.

IL LIMITE COME SALVAGUARDIA
Quando si incontra un limite è opportuno comprendere che lo stesso rappresenta una salvaguardia per la propria integrità. Fortunatamente il nostro corpo è dotato di una propria intelligenza che ci impedisce di andare oltre certi limiti ed infortunarci. Solo l’avvicinamento graduale e progressivo permetterà al corpo di comprendere ed elaborare i nuovi adattamenti necessari ad affrontare quote operative sempre più impegnative.
La ripetizione del gesto atletico è dunque fondamentale per un incremento sicuro e divertente.

PROGRAMMAZIONE DEGLI ALLENAMENTI
La ripetizione del gesto atletico prende il nome di allenamento. L’allenamento ha due caratteristiche fondamentali ovvero la ripetizione nel tempo (2, 3 o 4 volte a settimana) e la programmazione della tabella di allenamento.
Andare in acqua e tentare ogni volta un massimale non è allenamento.
Inizia lavorare su quote dove sei a tuo agio e trova la ripetibilità in quello che fai.

Inizia a prendere i parametri delle tue sommozzate come profondità di lavoro, tempo di immersione, tempo di discesa, tempo di risalita, profondità alla quale inizi la caduta, numero di pinneggiate in discesa, numero di pinneggiate in risalita, profondità alla quale inizia a sentire difficoltà nella traslazione dell’aria nel fase di compensazione, tempo di recupero tra un tuffo e l’altro e analisi della modalità respiratoria nel recupero.
Come vedi le variabili da analizzare possono essere molte , quando avrai una perfetta conoscenza di queste variabili allora avrà senso  spostare la quota operativa e ricominciare con la ripetizione degli allenamenti e l’analisi delle nuove variabili.

Spero di aver risposto in modo gradito ai tuoi quesiti e spero che la tua gioia di stare nel blu sia equivalente al tuo desiderio di migliorarti.

Buon Mare,
Federico Mana
federicomana.com

2 pensieri su “Il campione risponde a: Luca Alessandrelli

  1. Hai centrato completamente il problema Fede !! Il pensiero della profondità risulta essere come un paraocchi e non ti fa notare tutta la panoramica generale del tuffo .
    Proverò sicuramente a mettere in atto i tuoi consigli . Interessanti i consigli pratici a fine articolo , li terrò sicuramente in considerazione ; mi hai fatto venire in mente come impostare un buon allenamento basato sulla consapevolezza .
    Ti ringrazio
    p.s. una cosa è certa : puoi stare tranquillo che non demordo anzi sono ancora più motivato in questi casi !
    Sperando di vederci in acqua presto
    Ti saluto
    Luca

  2. Bella questa tua nuova iniziativa Federico 😉 …e complimenti sei un campione anche nel rispondere alle domande:) ..fa piacere leggere tutto anche se nn è un racconto di pesca e nn solo ma si apprendono tante cose per migiorare 😉

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